In mezzo a discussioni incomprensibili ai più, nel PD si sta aprendo una discussione su un punto reale (e questo, comunque, è un passo avanti) e precisamente su come presentarsi alle elezioni europee del 2019. Si tratta di elezioni assolutamente importanti perché determineranno non solo l’assetto interno del Parlamento europeo ma anche il futuro Presidente della Commissione Europea, posto che le due maggiori famiglie politiche – popolari e socialisti – hanno ribadito la loro volontà di presentarsi alle elezioni europee con uno/a Spitzenkandidat/in: il partito che avrà il maggior numero di seggi potrà aggiudicarsi la nomina di successore di Juncker al/la proprio/a candidato/a. I Socialisti e Democratici europei hanno già avviato al loro interno una Commissione per l’individuazione di questa candidatura attraverso una procedura il più possibile trasparente e partecipata.
La partita nel 2019 si presenta tutt’altro che facile. Rispetto al 2014, quando i popolari prevalsero (219 parlamentari) e ottennero la nomina di Juncker, oggi le forze di centrodestra, di destra e populiste in Europa si presentano ancora più forti e agguerrite, ancor di più dopo il risultato delle elezioni italiane del 4 marzo scorso che ha fortemente ridimensionato il PD, quel PD che nelle elezioni europee del 2014 aveva superato il 40% consentendo ai Socialisti e Democratici europei a Bruxelles un buon risultato complessivo (189 parlamentari di cui 31 italiani).
E tuttavia, oggi più di ieri, è essenziale fare di tutto per tentare una leadership progressista dell’Europa. Mai come in questo momento si intreccia la necessità di una più forte Europa politica con una più forte Europa solidale: un governo europeo ridotto alla sola austerity e incapace di vera solidarietà su sviluppo, lavoro e migranti ha di fatto portato acqua all’euroscetticismo. Il risultato italiano ne è buon testimone.
Dunque bisogna tentare di vincere.
Ma per vincere nella situazione attuale bisogna allargare il campo, costruendo a livello europeo un campo largo dei progressisti che comprenda i Socialisti e i Democratici ma anche altre forze politiche, a partire da quelle più fortemente europeiste.
Per questo la discussione interna al PD tra filomacroniani e antimacroniani coglie un problema esistente, ma lo pone in modo sbagliato. Se ci si divide tra macroniani e socialisti/democratici le chances di avere la Presidenza della Commissione Europea si assottigliano brutalmente. Non si tratta allora di come dividersi all’interno del PD in vista delle elezioni europee (magari dando vita per il 2019 a 2 liste elettorali, così gli uni possono finalmente sbarazzarsi degli altri?), ma di come unirsi a livello europeo per vincere la sfida delle sfide. È chiaro che un risultato delle forze europeiste progressiste in Europa potrebbe segnare la svolta anche nel governo interno di molti Paesi.
Per questo il PD deve proporre al Partito Socialista Europeo di allargare la scelta della Spitzenkandidatur a un campo più largo di forze politiche così da costruire una più ampia alleanza del centrosinistra europeo (questo sì in linea con l’esperienza dell’Ulivo e con la nostra proposta di ribattezzare il gruppo “Socialisti e Democratici”) rivolgendosi a quanti condividono la necessità di una alternativa competitiva sia ai sovranisti che al centrodestra. Partiti diversi potrebbero così dichiarare prima delle elezioni la loro convergenza su una candidatura comune che in caso di vittoria della coalizione potrebbe contare sul più alto numero dei seggi in Parlamento ai fini della nomina del Presidente della Commissione.
Così il PD dimostrerebbe nei fatti di volersi porre alla guida di un nuovo processo politico dei progressisti europei capace di coniugare più Europa politica e più democrazia e giustizia. E scoprirebbe che quando le destre sono forti, serve una maggiore unità, non una maggiore divisione.

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