L’inchino ai profughi Rohingya di Papa Francesco un segnale al mondo importante : il riconoscimento di un popolo perseguitato, spesso dimenticato e lasciato solo. “La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya, che ognuno abbia la sua risposta. La vostra tragedia è molto dura e grande ma le diamo spazio nel nostro cuore. A nome di quelli che vi perseguitano e vi hanno fatto male e per l’indifferenza del mondo chiedo perdono, perdono”. E ancora: “Continuiamo a muoverci perché siano riconosciuti i loro diritti, non chiudendo il nostro cuore. Forse possiamo fare poco per voi”. Così Papa Francesco ha chiesto perdono ai rifugiati Rohingya. Personalmente mi sono impegnato con una interrogazione che ho presentato con la collega Lia Quartapelle in Commissione Affari Esteri sulla repressione in Myanmar nei confronti della minoranza Rohingya. Nel mio intervento ho chiesto la piena tutela dei diritti umani per tutte le etnie nel processo di democratizzazione nel Myanmar di cui è protagonista Aung San Suu Kyi. In nessun caso le iniziative contro il terrorismo possono trasformarsi in sistematiche azioni persecutorie di simile gravità, che configurano crimini contro l’umanità. I Rohingya sono un gruppo etnico di ceppo e di lingua indoeuropei e di religione musulmana, vicini ai bengalesi, vivono nella regione nordoccidentale del  Myanmar nello stato di Rakhine; dal 1982 viene  loro negata la cittadinanza e vivono in condizioni di sottosviluppo e totale assenza di diritti. Nell’autunno del 2016 l’organizzazione Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) guidata da Ata Ullah ha assalito alcune stazioni della polizia e dell’esercito birmano nello stato di Rakhine, quest’attacco ha determinato una violentissima repressione che ha portato, in poco meno di un anno, circa 400mila Rohingya a rifugiarsi in Bangladesh. Nella seconda metà degli anni settanta i musulmani presenti in Myanmar  erano circa due milioni, oggi non supererebbero il milione su una popolazione di 54 milioni di abitanti.  Interi villaggi Rohingya appaiono rasi al suolo o bruciati stando alle immagini satellitari raccolte da Amnesty International. Giornalisti e operatori umanitari hanno un accesso limitato all’area. Attorno a questa repressione si è creato un consenso popolare ispirato da una sorta di nazionalismo buddista e motivato dal timore dell’estremismo jihadista, sebbene le azioni di guerriglia promosse dall’ARSA non siano state ispirate e tanto meno armate da Al Qaeda o dallo Stato Islamico. Durante un briefing diplomatico Aung San Suu Kyi dichiarava nelle scorse settimane di non temere un controllo internazionale e si impegnava a trovare una soluzione che portasse alla pace, alla stabilità e allo sviluppo di queste comunità.  La questione deve essere al centro dell’impegno dell’Italia, in quanto membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nell’azione di sostegno alla democratizzazione della Birmania. Per questo ho ribadito la necessità di aiuti umanitari ai profughi, di monitoraggio internazionale della situazione, di pressione sul governo per il pieno rispetto dei diritti umani.

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