Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghe e colleghi, in questo momento, come giustamente ha ricordato il Presidente del Consiglio, il nostro primo pensiero va alle vittime di un nuovo attentato terroristico che ha colpito ancora persone inermi, tra cui nostri connazionali, in Tunisia. In questa stagione sembra che il nostro orizzonte civile non riesca a cancellare dalla storia la violenza sugli inermi, violenza che fa strage di vite e di luoghi simbolici. Come è stato ricordato, giornali, opere d’arte e stamattina musei. Come a voler dire che si vuole colpire, non solo la vita e i corpi, ma anche il pensiero, la cultura, ciò che ci rende umani e che rende il dialogo tra gli umani possibile. È un attentato che ci colpisce direttamente non solo per la preoccupazione nei confronti dei nostri connazionali e delle altre vittime ma anche per la vicinanza di questo Paese, il primo Paese visitato dal Presidente del Consiglio, dalla nostra Commissione esteri, un Paese a cui siamo vicini non solo per ragioni storiche, culturali ed economiche ma anche, come è stato ricordato nel processo di costituzionalizzazione in cui la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa ha svolto un ruolo fondamentale perché, dobbiamo dircelo chiaramente, non c’è lotta al terrorismo, non c’è lotta al traffico di esseri umani senza costruzione di uno Stato di diritto, senza garanzie per i diritti di tutte le persone e dobbiamo aggiungere anche senza prospettive di speranza di una vita degna per tutti.

Signor Presidente, noi condividiamo in pieno l’azione che il Governo sta facendo per portare l’attenzione e l’impegno di tutta l’Unione europea sul Mediterraneo. Ma ciò che dobbiamo far capire ai nostri colleghi europei è che il Mediterraneo non è solo una questione di sicurezza, doverosa, o di assistenza, altrettanto doverosa, ma è una questione politica. C’è bisogno di una forte politica estera europea nel Mediterraneo. Che cosa vuol dire una politica estera europea nel Mediterraneo? Pensiamo a come il nostro mondo ha affrontato la transizione dai regimi autoritari crollati nella Seconda guerra mondiale alle democrazie e come noi, invece, abbiamo affrontato le primavere arabe e il tentativo di costruire delle democrazie sulla sponda del Mediterraneo. Là vi era stata non solo una lotta per costruire e ricostruire un’opinione pubblica libera delle istituzioni democratiche ma anche politiche di sviluppo economico. Attraverso il piano Marshall, i vincitori della Seconda guerra mondiale hanno favorito la transizione dai regimi autoritari alle democrazie con un coraggioso e straordinario intervento di sviluppo economico e sociale: non c’è tutela dei diritti umani e della democrazia senza uno sviluppo anche delle condizioni materiali. Questo è un elemento fondamentale.

Stanno uscendo i primi dati sui foreign fighters, la più giovane leva di terroristi degli ultimi anni. Sono ragazzi in gran parte dai 15 ai 26 anni, senza prospettive di vita nei Paesi europei e senza grandi motivazioni ideologiche, nonostante quello che si legge, ma dove è fortissima una motivazione, invece, soggettiva, esistenziale; il vedersi in un vicolo cieco perché i nostri paesi non offrono speranza di vita e il volere in qualche modo combattere per un ideale. Noi dobbiamo ritornare a coniugare speranza di vita e capacità di disegnare degli orizzonti ideali per noi e per i Paesi che ci stanno vicino. Anche le elezioni in Israele ci dicono quanto la questione sociale ed economica sia rilevante e questo dobbiamo riportarlo al centro dell’attenzione. Per questo condividiamo l’azione del Governo in Europa che ha posto la questione della crescita e dello sviluppo al centro dell’attenzione. Non è solo una questione economica, è anche una questione politica, di difesa della democrazia e dei diritti delle persone. Perciò una forte politica europea vuol dire una forte politica di cooperazione.

La seconda questione è a Oriente, come è stato ben ricordato. Noi su questo dobbiamo cercare di non smarrire la grande conquista dell’Europa dopo la caduta del muro di Berlino, in cui anche il nostro Paese è stato un protagonista. Sarebbe davvero grave se noi ci preoccupassimo solo di ricostruire il muro di Berlino un po’ più ad Oriente, spostandolo da Berlino a Kiev, smarrendo questo grande progetto di una casa europea comune che ha visto il sorgere di tante organizzazioni internazionali e l’allargamento di altre. Noi non dobbiamo rinunciare a questo sogno anche se certamente con realismo dobbiamo guardare a chi sta usando dei metodi del tutto inaccettabili che violano il diritto internazionale e la sovranità di Paesi come l’Ucraina cui noi dobbiamo la massima solidarietà in questo momento. Però, è vero anche, e dobbiamo ricordarcelo, che il crollo del muro di Berlino è stato possibile anche attraverso una politica di fermezza sui principi, una politica di dialogo, una Ostpolitik, una politica che non ha perso la capacità di interloquire con l’altro, anche indicando dei modelli che sono sempre quelli del diritto internazionale, del riconoscimento della sovranità dei popoli e dei diritti delle minoranze. Mi fa molto piacere che il Presidente del Consiglio abbia ricordato il modello del Trentino Alto Adige, lo ha ricordato ieri a Parigi il presidente Buquicchio, presidente della Commissione di Venezia, proprio agli ucraini, indicando questa via di trasformazione della loro Costituzione.

Tutto questo, e concludo, sarà possibile solo con un’Europa politica più forte e noi dobbiamo essere protagonisti di un forte europeismo politico. Alla fine della Prima guerra mondiale nel 1919 Paul Valéry, contemplando le macerie di quella grande guerra civile europea, diceva: l’Amleto europeo contempla milioni di spettri. Noi dobbiamo ridire questa cosa ai nostri partner europei, noi non vogliamo contemplare milioni di spettri a oriente e a sud del nostro continente. L’Amleto europeo deve decidere se essere o non essere Europa, e la posizione del nostro Paese deve essere, su questo, forte e coraggiosa. Noi vogliamo essere più Europa politica, con una forte politica estera e di cooperazione nei confronti dei Paesi che a noi stanno vicini. Ciò vuol dire anche, e mi avvio a concludere, essere più esigenti non solo nei confronti dei nostri partner, ma anche nei confronti di noi stessi. Dobbiamo, anche noi, fare meglio sui nostri standard europei, sul rispetto dei diritti delle persone, anche sociali, e sulla trasparenza, la legalità e la lotta alla corruzione che, come sappiamo, sono un elemento chiave della nostra reputazione internazionale.

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