Per modificare la legge elettorale è naturale che si cerchino soluzioni in grado di coinvolgere le forze di opposizione e non solo quelle dell’attuale maggioranza (che è comunque rappresentativa di centrosinistra, centrodestra e centro) ed è bene che si esplorino formule nuove, come eventuali correttivi del già sperimentato Mattarellum.

Tuttavia se si vuole davvero arrivare ad una conclusione in tempi rapidi – cosa che la Corte Costituzionale, le più alte cariche dello Stato e l’opinione pubblica in generale continuano a chiedere, inascoltati, al Parlamento – sarebbe più facile adottare come testo base da cui partire quello da noi depositato il 30 maggio scorso alla Camera dei Deputati (n. 1116) contenente la proposta di un doppio turno di lista o coalizione.

È un testo semplice che richiama il modello che i cittadini già conoscono per le elezioni comunali nei Comuni sopra i 15.000 abitanti e per le elezioni provinciali. I partiti o le coalizioni si presentano ai cittadini con un programma, una coalizione e un leader. Se nessun partito o coalizione ottiene al primo turno il 40% dei voti, si procede a un secondo turno tra i due più votati per attribuire al vincente un premio che gli consenta di avere in Parlamento una maggioranza di governo. Per quanto riguarda il riparto dei seggi tra le liste si usa un metodo proporzionale che consente a grandi e piccoli di essere equamente rappresentati. Per l’elezione dei singoli parlamentari si restituisce ai cittadini la possibilità di votare il proprio rappresentante reintroducendo la doppia preferenza di genere (uomo/donna) in circoscrizioni elettorali più piccole, assumendo per ragioni di praticità i territori delle attuali province.

Oltre ad essere semplice e rapidamente applicabile, questo testo ha il vantaggio di aver raccolto (nelle sue linee di fondo se non in tutti i suoi aspetti) il consenso o almeno la disponibilità di ampi settori della maggioranza (PD, NCD, componenti di Scelta Civica e Per l’Italia) nonché dell’opposizione (SEL). Non abbiamo modificato le soglie previste dall’attuale legge elettorale non perché non si possano o non si debbano modificare, ma per evitare che qualsiasi forza politica oggi eletta in Parlamento possa sentirsi esclusa dalla discussione sulla nostra proposta.

Questa prospettiva infine è quella che più si avvicina – a Costituzione vigente – all’idea del “Sindaco d’Italia” che è da mesi al centro del dibattito politico, perché dà al leader della coalizione vincente una chiara maggioranza parlamentare e si può bene accompagnare a quel processo di revisione costituzionale da molti auspicato (superamento del bicameralismo perfetto, introduzione della sfiducia costruttiva, rafforzamento del premier) senza arrivare a modelli alternativi (quale quelli di tipo presidenzialista) ma potenziando invece il modello di una democrazia parlamentare che mantiene la figura del Presidente della Repubblica come arbitro imparziale, così utile in tempi crisi.

Criticità del Mattarellum

Un ritorno al Mattarellum – o a un suo modello corretto che tuttavia non ancora conosciamo e quindi non possiamo giudicare compiutamente – pone alcuni problemi che sarebbe utile non sottovalutare:

  1. con l’attuale panorama politico ruotante attorno a tre poli non produrrebbe maggioranze omogenee e costringerebbe a nuove indesiderate larghe intese
  2. se la correzione enfatizza l’elemento maggioritario vi è il rischio oggettivo di una compressione della rappresentanza delle minoranze (che si farebbero sentire anche nell’iter legislativo di approvazione)
  3. non elimina la frammentazione delle forze politiche perché sia il permanere della quota proporzionale sia la dinamica coalizionale dei collegi esaltano la forza dei piccoli e talvolta anche il loro potere di ricatto (chi vi ha partecipato ricorda i tavoli dell’Ulivo…)
  4. enfatizza le maggioranze regionali (es. Sicilia con la quasi totalità dei collegi vinti dal centrodestra o il Nord egemonizzato per anni dall’alleanza FI-Lega) con il rischio anche di indebolimento della capacità di sintesi nazionale dei partiti e del suo leader che invece il doppio turno di coalizione esalta.
  5. Infine vi è un elemento di incertezza politica dato dall’interlocutore (Berlusconi) che parrebbe disponibile a convergere sul Mattarellum. Il suo atteggiamento pare dettato da un evidente interesse strumentale nei confronti di elezioni immediate. Questa strumentalità lo rende piuttosto inaffidabile come d’altra parte le passate esperienze fallimentari di trattative hanno dimostrato. Inoltre quanto la via di una correzione del Mattarellum sia una via più breve nell’attuale parlamento è tutto da dimostrare. Già si vedono le avvisaglie di quello che può trasformarsi in una palude micidiale.

Le risposte ai critici del doppio turno

Forza Italia non ama il doppio turno per ragioni a dire il vero molto pragmatiche: i suoi esponenti sostengono che il loro elettorato al secondo turno non si reca a votare. L’argomento pare a dire il vero piuttosto debole. Vi sono molti casi di comuni e province in cui l’elettorato di centrodestra comunque dimostra capacità di mobilitazione e la situazione di una lotta finale tra destra e sinistra è la situazione in realtà maggiormente preferita da Berlusconi. È sufficiente ripercorrere la serie storica dei risultati nazionali di centrodestra e centrosinistra degli ultimi vent’anni per rendersi conto di quanto il centrodestra – se compatto – in una competizione nazionale sia davvero temibilissimo. D’altra parte evitare il doppio turno dopo la sentenza della Corte appare impossibile: attribuire un significativo premio di maggioranza senza il ballottaggio appare assai poco giustificabile, se il principio che la Corte solleverà sarà – come pare – quello dell’”uguale” peso di ogni voto. Per cui ipotizzare a livello nazionale il sistema elettorale dei Comuni sotto i 15.000 o delle Regioni pare impercorribile. Per evitare di richiamare gli elettori una seconda volta alle urne e mantenere una sorta di “ballottaggio” l’unico sistema è quello di tipo “australiano” in cui si esprime non un unico voto ma una pluralità di voti graduandoli a seconda della propria preferenza (ad esempio il primo voto al Centrosinistra, il secondo al Centro ecc. ). È un sistema molto interessante utilizzato anche per eleggere il presidente della repubblica irlandese o il sindaco di Londra e che non è particolarmente complesso. Tuttavia può far sì che prevalga – sommando le seconde scelte – non il candidato più votato, ma il secondo, cosa non facilmente accettabile da parte di chi non ha metabolizzato il sistema. Si potrebbe sperimentare a livello locale, ma proporlo a livello nazionale non pare semplice.

5 Stelle non dovrebbe essere in linea di principio contraria a un doppio turno di lista o di coalizione. È il sistema che ha consentito a Pizzarotti di vincere a Parma passando dal 19,47% al 60% dei consensi. È l’unico sistema con cui potrebbero arrivare al governo in Italia. In realtà – dopo aver abbandonato a malincuore il Porcellum – pare siano interessati a una qualche riedizione del proporzionale che dia loro il massimo di rappresentanza e di potere di interdizione. Cosa su cui noi francamente non possiamo essere d’accordo. In ogni caso abbracciando il nostro doppio turno ci sono ottimi argomenti per dire a FI e 5Stelle che non è un sistema che in linea di principio li penalizza. Al contrario: dà a tutti uguali possibilità di successo.

NCD dimostra disponibilità verso il doppio turno ma vuole associarlo al superamento del bicameralismo con l’argomento che il sistema può produrre un ballottaggio alla Camera tra A e B e al Senato tra B e C. Emergono proposte di approvazione di una legge per la sola Camera o strane clausole di salvaguardia nel caso in cui la situazione precipitasse (Franceschini). In linea di principio è chiaro che il sistema del doppio turno in Italia potrebbe funzionare in modo certo solo togliendo al Senato la fiducia, mentre mantenendola vi possono essere margini di incertezza. Tuttavia se si analizza la serie storica dei risultati elettorali degli ultimi vent’anni dividendoli su scala nazionale tra centrodestra e centrosinistra (al netto di centristi non schierati e di 5stelle) ci si accorge che in tutte le elezioni il risultato globale è omogeneo tra Camera e Senato. Quando vi è stato un risultato difforme (Prodi 2006), ciò è stato dovuto alla presenza di una lista leghista dissidente che ha sottratto al centrodestra i voti necessari per prevalere non solo al Senato (come avvenne) ma anche alla Camera. Una competizione elettorale fortemente polarizzata come quella prodotta da un ballottaggio ben difficilmente potrebbe produrre al secondo turno un vincitore alla Camera diverso da quello del Senato. In questo malauguratissimo caso si potrebbe dire che le larghe intese sono decisamente volute dal Destino. Ma si tratta di una percentuale di probabilità francamente bassissima. Ciò non vuol dire che non si debba avviare da subito anche un processo di trasformazione del Senato, MA CIO’ NON DEVE OSTACOLARE L’APPROVAZIONE DELLA LEGGE ELETTORALE COSì COM’E’ E DUNQUE NON SOLO PER LA CAMERA (NON AVREBBE SENSO) NE’ CON STRANE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA. SI APPROVA LA LEGGE E SE POI SI TOGLIE IL SENATO ELETTIVO OVVIAMENTE DECADRA’ LA PARTE RELATIVA.

Preferenze o collegi

Infine, la questione delle preferenze. Per superare il meccanismo delle liste bloccate che espropria i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti, nella nostra proposta abbiamo deciso di reintrodurre il voto di preferenza prevedendo la possibilità di una doppia preferenza purché di genere diverso (uomo/donna). Per evitare il lievitare delle spese elettorali e un superficiale rapporto tra eletti ed elettori, abbiamo deciso di ridisegnare le circoscrizioni elettorali adottando i territori delle attuali province. Così avremmo delle circoscrizioni elettorali di media dimensione in cui si eleggono da 1 a 10 parlamentari con una media di 5-6. La scelta dei territori provinciali è naturalmente dettata da ragioni di praticità. In questo modo si potrebbe rendere immediatamente operativa la legge. Con più tempo si potrebbero naturalmente disegnare delle circoscrizioni elettorali più omogenee.

Siamo perfettamente consapevoli degli aspetti negativi che il voto di preferenza porta con sé. Noi non crediamo che debba essere demonizzato: nei comuni e nelle regioni si vota spesso con questo sistema e non sempre si assiste a degenerazioni dello stesso. Per quanto riguarda le spese elettorali si potrebbe mettere un tetto per legge o vietare la propaganda elettorale attraverso messaggi a pagamento in televisione o sui cartelloni elettorali, restringendo la propaganda alla stampa, alla radio, alla posta e alla rete. Il voto di preferenza se crea una competitività interna da un lato, dall’altro aumenta il potenziale di raccolta di un partito e spinge quest’ultimo ad attirare personalità significative.

In ogni caso comprendiamo le riserve che possono esservi e per questo riteniamo che possa esservi un’alternativa che non scardina il nostro impianto. Mantenendo le circoscrizioni provinciali che noi abbiamo previsto, si potrebbe dividere il territorio in tanti collegi uninominali quanti i deputati da eleggere (da 1 a 10 ad esempio) in cui i partiti presentano il proprio candidato. Come accade per le province, il numero degli eletti di ogni partito viene determinato dal numero dei voti raccolti dal partito in quella circoscrizione, mentre i nomi degli eletti verrebbero determinati dai migliori quozienti riportati dal partito nei diversi collegi (es. in provincia di Brescia il PD ha diritto a 3 deputati sulla base dei voti raccolti nella circoscrizione provinciale; risultano eletti i candidati dei collegi uninominali in cui il PD ha raccolto il maggior numero di voti rispetto al totale dei voti di quel collegio). In questo modo rimarrebbe un aggancio dei parlamentari alla loro provincia anche se la loro elezione non dipenderebbe in senso stretto dall’aver sconfitto o no gli esponenti degli altri partiti nel loro collegio. Come ogni metodo anche questo ha i suoi svantaggi, ma se non si volesse accogliere il metodo delle preferenze, questa soluzione consentirebbe di combinare il collegio uninominale con il proporzionale di lista con premio di maggioranza previsto dal nostro sistema.

  1. Ogni ipotesi di riforma per essere efficace e garantire non solo governabilitá, ma anche stabilitá dovrebbe partire dalla elezione diretta del premier. La cosa ha dato buoni risultati con i sindaci e con i governatori. Perché non dovrebbe darli anche con il governo centrale sempre ostaggio dei partiti?

    • La nostra proposta va esattamente in questa direzione senza però arrivare a un impianto presidenzialista. A nostro parere infatti per la stabilità della democrazia italiana è bene che vi sia un Presidente super partes e non diretta espressione di una maggioranza politica del momento. Con la designazione indiretta del capo della coalizione e una legge elettorale che gli dia la maggioranza pensiamo si possano avere effetti positivi simili a quelli dell’elezione di sindaci e governatori. Dopo di che per avere stabilità le leggi elettorali non bastano: serve la sfiducia costruttiva, servono regolamenti parlamentari che scoraggino i cambiamenti di casacca, serve un’etica politica di tipo europeo … ma un passo alla volta non è detto che sia una meta irraggiungibile.

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