Sophie Scholl, con il fratello e gli amici, aveva fatto proprio il motto del filosofo Jacques Maritain «Il faut avoir l’esprit dur et le coeur tendre [bisogna avere un cuore tenero e uno spirito duro]».

Noi dobbiamo chiederci se a noi non sia capitato di rovesciare paradossalmente questo motto al punto da ritrovarci ad avere «uno spirito tenero, ossia molle, e un cuore duro».

«Bisogna avere uno spirito duro e un cuore tenero». Bisogna avere un cuore tenero per sentire il patire degli altri e non passare oltre, per decidere di dare la propria vita per gli altri. Ma bisogna avere uno spirito duro per restare fedeli a questa decisione. Fa una certa impressione che negli anni in cui si celebrava il trionfo degli uomini d’acciaio sia una ragazza di vent’anni a tracciare con la propria esistenza il più autentico e provocatorio elogio della durezza dello spirito.

Sophie è davvero una novella Antigone. Come allora anche qui è una ragazza a svelare la natura sacrificale del potere che si vuole assoluto e ad opporsi ad esso. Nelle parole di Creonte si trova scolpito l’orgoglio di ogni tiranno: «colui che la città si è scelto per guida, lui bisogna ascoltare, anche nelle cose di minor conto, e in ciò che è giusto e che giusto non è [… perché] non esiste danno più grande dell’anarchia. Essa abbatte gli Stati, sovverte le case, rompe in guerra le schiere alleate, provoca la rotta. La disciplina, invece, può salvare molte vite ben governate» (Antigone). La guida, il Führer, va seguito in ciò che è giusto e in ciò che è ingiusto.

Nella tirannide il potere si colloca al di là del giusto e dell’ingiusto, al di sopra di ogni giustizia. Ma proprio questo Antigone non accetta e ribatte a Creonte: «io non credevo che i tuoi divieti fossero tanto forti da permettere a un mortale di sovvertire le leggi non scritte, inalterabili, fisse degli dei: quelle che non da oggi, non da ieri vivono, ma eterne». E nemmeno Sophie Scholl può accettarlo: «Anche se non capisco molto di politica, e non ho nemmeno l’ambizione di capirla, tuttavia possiedo un pochino il senso di che cosa è giusto e di che cosa è ingiusto, perché questo non ha nulla a che fare con la politica e con la nazionalità. E mi viene da piangere, per come sono crudeli gli uomini nella grande politica, come tradiscono i loro fratelli solo per averne un vantaggio. Non è scoraggiante, alle volte?»

Antigone e Sophie non riescono a piegarsi a questa logica di un potere assoluto che richiede come prova di fedeltà il tradimento del fratello, che vuole recidere ogni legame dell’individuo con un altro, perché vuole che l’individuo sia legato solo a sé. Ogni altro legame, in quanto legame, è sovversivo. E perciò va reciso, eliminato. «Con la tua morte ho tutto» dice Creonte. Ma dicendo questo è lo stesso tiranno che riconosce la sua debolezza, la sua finitezza, la sua non assolutezza. Ha gli eserciti dalla sua parte, ha le masse ai suoi piedi, ha i poteri materiali che si inchinano a lui. Perché ostinarsi contro questo frammento infinitesimale che gli resiste? «Con la tua morte ho tutto». È il tutto che vuole, il tutto che non tollera che nessuna fedeltà ad altro possa rimanere in piedi. Basta dunque che un singolo essere, che una ragazza, rimanga in piedi, per svelare la non assolutezza del potere, la sua relatività.

Quella di Sophie non è una ribellione sentimentale. Le emozioni non c’entrano. Sono cose da donnette come lei dice. Invoca invece la giustizia con accenti così kantiani da non lasciare dubbi sul suo rigorismo. È interessante ritrovare in vita un po’ di morale kantiana negli anni del totalitarismo. La borghesia liberale tedesca era qui e là riuscita a trasmetterla ai propri figli.

E nemmeno quella di Sophie – come quella di Antigone – è una semplice solidarietà familiare. La famiglia contro lo Stato. Qui la fraternità, che pure è fraternità reale, assume un valore più ampio. È la fraternità che abbraccia il proprio popolo, che abbraccia tutti gli uomini. Il fratello è il volto dell’uomo concreto che la giustizia impone di non tradire. La giustizia esige il trattamento uguale di tutti gli uomini. Il potere assoluto distingue in modo totale e radicale i nemici dagli amici, per la vita e per la morte. «Le leggi di Ade eguagliano tutti» – cerca di dire Antigone a Creonte, ma Creonte risponde: «Il nemico non è un amico, neppure da morto» E Antigone: «Io esisto per amare, non per odiare».

Anche Sophie esiste per amare ed è difficile trovare nei suoi scritti, negli scritti in genere della Rosa Bianca traccia di odio. Hans Scholl lo dirà chiaramente anche dopo la condanna: « Non c’è odio in me. Mi sono lasciato tutto, tutto dietro le spalle».

Ma per giungere a questa ribellione occorreva aver combattuto spiritualmente a lungo contro tutto ciò che poteva, alla radice, minare la resistenza.

Il primo avversario è per Sophie Scholl l’indifferenza. Così scrive al fidanzato: «Basta che tu non diventi un tenente arrogante e indifferente (Scusami!) Ma il pericolo di diventare indifferenti è grande […] e se potessi, continuerei sempre più a pungolarti contro l’indifferenza che potrebbe assalirti, e vorrei che i pensieri rivolti a me fossero una spina costante contro l’indifferenza».

E a Dio, a cui si rivolge chiedendogli di insegnarle a pregare, domanda di avere «il dolore insopportabile piuttosto che un’esistenza insensibile. Meglio una sete bruciante, voglio pregare per dolori, dolori, dolori, piuttosto che sentire un vuoto…».

È questo un tema molto presente in queste figure: l’orrore del vuoto, dell’esistenza insensata e tutto sommato insipida. La paura di non aver più sete e il desiderio di averne. C’è un legame tra l’affermarsi dello Stato totale che riempie ogni cosa e lo svuotamento dell’anima. Oggi lo Stato totale non c’è più, ma al suo posto c’è la società totale che lavora senza indugio per lo stesso svuotamento. Per questo ci colpiscono le parole di Sophie Scholl «voglio pregare per dolori, dolori, dolori, piuttosto che sentire un vuoto…»

C’era forte negli uomini e nelle donne scampati al totalitarismo la paura di perdere la propria anima.

Qualcuno dirà che era il frutto di una concezione piuttosto arretrata della religione che insisteva in modo ossessivo sul tema della salvezza dell’anima. La verità è che l’anima può davvero perdersi. Non è necessario credere in un inferno ultraterreno per riconoscere che vi sono uomini e donne che hanno smarrito la propria anima.

La durezza dello spirito spesso invocata e praticata da Sophie Scholl era maturata attraverso questa convinzione: l’anima si può smarrire. Si può smarrire nella massa. Per questo la «massa» è da lei avvertita come una minaccia esistenziale, come qualcosa che ti può inghiottire e soffocare, come qualcosa che ti può trascinare in basso, nella volgarità. Ritornano alla mente le splendide pagine di Bonhoeffer contro l’involgarimento, contro il prevalere dell’impudenza, del divismo, sulla necessità di recuperare il senso della «distanza» tra le persone, il senso della «qualità», la scelta oculata delle persone a cui aprire la propria intimità.

Sophie Scholl ha avuto il coraggio e la forza di difendere la sua anima dalla massa, anche attraverso l’isolamento e la marginalità: «Spesso non mi auguro nient’altro che di vivere in un’isola da Robinson Crusoe. A volte sono tentata di considerare l’umanità come una malattia della pelle della terra. Ma solo qualche volta, quando sono molto stanca, e mi vedo davanti uomini così grandi, che sono peggiori delle bestie. In fondo però si tratta solo di tener duro, di resistere, nella massa che non tende a null’altro che al proprio tornaconto. Per loro, per raggiungere questo obiettivo, ogni mezzo è giusto. Questa massa è così travolgente, che si deve essere già cattivi semplicemente per restare in vita. Probabilmente solo un uomo finora è riuscito a percorrere tutta la strada, diritto fino a Dio. Ma chi la cerca ancora, oggi?».

Per questo ripeteva a se stessa e agli altri le parole di Goethe «a dispetto di ogni violenza resistiamo» e faceva questo continuo lavoro su di sé per corazzare lo spirito dalle influenze esterne. «Mi sforzo molto di mantenermi il più possibile intatta dagli influssi del momento. Non da quelli ideologici e politici, che certo non mi fanno più effetto, ma anche dagli influssi di umore. Il faut avoir un esprit dur et le coeur tendre».

È questo cuore tenero e questo spirito duro che ancora oggi onoriamo. E il fatto che Sophie Scholl sia arrivata fino in fondo alla sua strada è il suo onore e la nostra speranza. Per ogni Creonte c’è un’Antigone, per ogni Hitler c’è una Sophie Scholl e molti altri. Non c’è tirannide che non sia stata sconfitta da una coscienza in piedi. Il regime di Hitler prima di crollare sotto i colpi delle armate alleate era qui spiritualmente crollato. E di qui poteva partire la ricostruzione.

* * *

Oggi a Belluno abbiamo firmato con altre due candidate del PD, Debora Serracchiani e Laura Puppato il Patto per l’Europa della montagna alpina che ci impegna se eletti nel Parlamento Europeo a proteggere e valorizzare l’ambiente naturale, sociale e umano della montagna e dei suoi abitanti. Se lo volete leggere lo potete trovare nella pagina “La mia Europa”.

  1. Bertolt Brecht, “Ai posteri”, 1939.

    Davvero, vivo in tempi bui!
    La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
    vuol dire insensibilità. Chi ride,
    la notizia atroce
    non l’ha saputa ancora.

    Quali tempi sono questi, quando
    discorrere d’alberi è quasi un delitto,
    perchè su troppe stragi comporta silenzio!
    E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
    mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
    che sono nell’affanno?

    È vero: ancora mi guadagno da vivere.
    Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
    di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
    Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
    e sono perduto).

    “Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
    Ma come posso io mangiare e bere, quando
    quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
    manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
    Eppure mangio e bevo.

    Vorrei anche essere un saggio.
    Nei libri antichi è scritta la saggezza:
    lasciar le contese del mondo e il tempo breve
    senza tema trascorrere.
    Spogliarsi di violenza,
    render bene per male,
    non soddisfare i desideri, anzi
    dimenticarli, dicono, è saggezza.
    Tutto questo io non posso:
    davvero, vivo in tempi bui!

    Nelle città venni al tempo del disordine,
    quando la fame regnava.
    Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
    e mi ribellai insieme a loro.
    Così il tempo passò
    che sulla terra m’era stato dato.

    Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
    Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
    Feci all’amore senza badarci
    e la natura la guardai con impazienza.
    Così il tempo passò
    che sulla terra m’era stato dato.

    Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
    La parola mi tradiva al carnefice.
    Poco era in mio potere. Ma i potenti
    posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
    Così il tempo passò
    che sulla terra m’era stato dato.

    Le forze erano misere. La meta
    era molto remota.
    La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
    quasi inattingibile.
    Così il tempo passò
    che sulla terra m’era stato dato.

    Voi che sarete emersi dai gorghi
    dove fummo travolti
    pensate
    quando parlate delle nostre debolezze
    anche ai tempi bui
    cui voi siete scampati.

    Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
    attraverso le guerre di classe, disperati
    quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

    Eppure lo sappiamo:
    anche l’odio contro la bassezza
    stravolge il viso.
    Anche l’ira per l’ingiustizia
    fa roca la voce. Oh, noi
    che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
    noi non si potè essere gentili.

    Ma voi, quando sarà venuta l’ora
    che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
    pensate a noi
    con indulgenza.

    Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!
    Das arglose Wort ist töricht. Eine glatte Stirn
    Deutet auf Unempfindlichkeit hin. Der Lachende
    Hat die furchtbare Nachricht
    Nur noch nicht empfangen.

    Was sind das für Zeiten, wo
    Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist
    Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschließt!
    Der dort ruhig über die Straße geht
    Ist wohl nicht mehr erreichbar für seine Freunde
    Die in Not sind?

    Es ist wahr: Ich verdiene nur noch meinen Unterhalt
    Aber glaubt mir: das ist nur ein Zufall. Nichts
    Von dem, was ich tue, berechtigt mich dazu, mich sattzuessen.
    Zufällig bin ich verschont. (Wenn mein Glück aussetzt, bin ich verloren).

    Man sagt mir: Iss und trink du! Sei froh, dass du hast!
    Aber wie kann ich essen und trinken, wenn
    Ich dem Hungernden entreiße, was ich esse, und
    Mein Glas Wasser einem Verdursteten fehlt?
    Und doch esse und trinke ich.

    Ich wäre gerne auch weise.
    In den alten Büchern steht, was weise ist:
    Sich aus dem Streit der Welt halten und die kurze Zeit
    Ohne Furcht verbringen
    Auch ohne Gewalt auskommen
    Böses mit Gutem vergelten
    Seine Wünsche nicht erfüllen, sondern vergessen
    Gilt für weise.
    Alles das kann ich nicht:
    Wirklich, ich lebe in finsteren Zeiten!

    In die Städte kam ich zur Zeit der Unordnung
    Als da Hunger herrschte.
    Unter die Menschen kam ich zu der Zeit des Aufruhrs
    Und ich empörte mich mit ihnen.
    So verging meine Zeit
    Die auf Erden mir gegeben war.

    Mein Essen aß ich zwischen den Schlachten
    Schlafen legte ich mich unter die Mörder
    Der Liebe pflegte ich achtlos
    Und die Natur sah ich ohne Geduld.
    So verging meine Zeit
    Die auf Erden mir gegeben war.

    Die Straßen führten in den Sumpf zu meiner Zeit.
    Die Sprache verriet mich dem Schlächter.
    Ich vermochte nur wenig. Aber die Herrschenden
    Saßen ohne mich sicherer, das hoffte ich.
    So verging meine Zeit
    Die auf Erden mir gegeben war.

    Die Kräfte waren gering. Das Ziel
    Lag in großer Ferne
    Es war deutlich sichtbar, wenn auch für mich
    Kaum zu erreichen.
    So verging meine Zeit
    Die auf Erden mir gegeben war.

    Ihr, die ihr auftauchen werdet aus der Flut
    In der wir untergegangen sind
    Gedenkt
    Wenn ihr von unseren Schwächen sprecht
    Auch der finsteren Zeit
    Der ihr entronnen seid.

    Gingen wir doch, öfter als die Schuhe die Länder wechselnd
    Durch die Kriege der Klassen, verzweifelt
    Wenn da nur Unrecht war und keine Empörung.

    Dabei wissen wir doch:
    Auch der Hass gegen die Niedrigkeit
    Verzerrt die Züge.
    Auch der Zorn über das Unrecht
    Macht die Stimme heiser. Ach, wir
    Die wir den Boden bereiten wollten für Freundlichkeit
    Konnten selber nicht freundlich sein.

    Ihr aber, wenn es soweit sein wird
    Dass der Mensch dem Menschen ein Helfer ist
    Gedenkt unsrer
    Mit Nachsicht.

    Bertolt Brecht, “An die Nachgeborenen”, 1939.
    p.s. Non ho rivisto la traduzione.

  2. Caro Michele

    grazie per la pagina che quotidianamente dedichi ai paesi dell’UE. Questa sulla Germania mi ha particolarmente colpito. Penso che questi scritti siano molto importanti, in particolari per i nostri figli (20 anni o meno)

    a sabato anna

  3. annamaria broda says:

    lO SPIRITO SIA DURO E IL CUORE TENERO sia il motto a cui conformare la nostra condotta nella fatica quotidiana.
    grazie infinitamente per queste meditazioni così profonde di cui sperimento tutta l’autenticità ma anche la difficoltà nell’attuarle.Grazie perchè ravvivano in chi le legge il senso di alte idealità, rispolverano in chi si sofferma a ponderarle la voce della coscienza, di una coscienza critica, oggi così spesso messa a tacitare. Combattere il gregarismo richiede davvero uno spirito duro, e una sfida ancora maggiore, sulle orme di Cristo, farci discepoli di carità. GRAZIE ANCORA

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