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	<title>Michele Nicoletti</title>
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	<description>PER IL PARTITO DEMOCRATICO DEL TRENTINO</description>
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		<title>&#8220;Per dignità, non per odio&#8221; (P. Calamandrei)</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Feb 2011 20:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione sito Michele Nicoletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[INTERVENTO ALL&#8217;ASSEMBLEA NAZIONALE DEL PD, 4-5 FEBBRAIO 2011
In questo momento difficile della storia d&#8217;Italia una parola è tornata al centro della discussione e dell&#8217;azione politica. Ed è la parola “dignità”.
Dignità della persona, dignità delle donne, dignità delle istituzioni, dignità del Paese.
La dignità è tornata a suscitare l&#8217;attenzione perché a tutti questi livelli la sentiamo offesa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>INTERVENTO ALL&#8217;ASSEMBLEA NAZIONALE DEL PD, 4-5 FEBBRAIO 2011</p>
<p>In questo momento difficile della storia d&#8217;Italia una parola è tornata al centro della discussione e dell&#8217;azione politica. Ed è la parola “dignità”.<br />
Dignità della persona, dignità delle donne, dignità delle istituzioni, dignità del Paese.<br />
La dignità è tornata a suscitare l&#8217;attenzione perché a tutti questi livelli la sentiamo offesa, sentiamo cioè che una realtà che dovrebbe essere custodita con attenzione e rispetto, perché centrale per la vita di ciascuno e di tutti, è stata trascinata in basso, è stata umiliata, calpestata, trasformata in semplice strumento di dominio.<br />
Sono in molti a sentirsi offesi da tutto ciò e a sentire il bisogno di reagire, di ribellarsi.<br />
Vengono alla mente le bellissime parole con cui Calamandrei spiegava la sua lotta antifascista: ci siamo ribellati non per odio, ma per dignità.<br />
E&#8217; questa anche la ragione del nostro fare politica e delle battaglie di oggi, della richiesta di dimissioni del premier: “per dignità, non per odio”.</p>
<p>Questo tema della dignità della persona e della pari dignità di tutte le persone senza discriminazione di alcuno deve tornare ad essere messo al centro della nostra riflessione.<br />
Il rispetto della dignità della persona e di tutte le persone è stato scritto nella nostra Costituzione e negli ordinamenti  internazionali ed europei non in seguito a benevole concessioni dall&#8217;alto, ma come frutto di lotte di persone che hanno difeso con la loro vita la dignità e come frutto di appassionate discussioni.<br />
Il rispetto della dignità della persona scritto in queste costituzioni è stato il frutto dell&#8217;incontro e della dialettica tra correnti<br />
culturali diverse, di ispirazione religiosa come di ispirazione laica, accomunate da una stessa passione per l&#8217;umano. C&#8217;è una ispirazione umanistica che nutre il pensiero democratico italiano e che noi dobbiamo riprendere, perché questa è l&#8217;identità profonda del nostro Paese ed è da qui può sorgere un nuovo Rinascimento. Con questa eredità non possiamo avere paura di discutere di questo tema come hanno fatto Giorgio La Pira, Lelio Basso, Concetto Marchesi nell&#8217;Assemblea Costituente. E se questi maestri, appartenenti a partiti diversi e a prospettive ideali che a quel tempo dialogavano a fatica tra loro, hanno saputo non solo discutere ma trovare formule giuridiche capaci di rappresentare in una sintesi questa ricchezza plurale, possibile che gli eredi di La Pira, di Basso e Marchesi, che siedono oggi nello stesso partito, non abbiano voglia di ridiscutere assieme e trovare formulazioni dei diritti di ogni persona capaci di rappresentare la ricchezza di oggi? Mi auguro che la commissione<br />
laicità e diritti del PD possa essere un luogo alto di confronto e di sintesi politica.<br />
Personalmente credo che la sintesi sia alla nostra portata. I nostri due pilastri ideali, la libertà e l&#8217;uguaglianza, sono il frutto di<br />
questo intreccio dialettico tra tradizioni religiose e tradizioni secolari.<br />
Penso al grande tema della “libertà religiosa” per tutti che oggi è tornato attuale dentro le nostre società e nel mondo e che oggi va rideclinato nell&#8217;orizzonte del pluralismo, per garantire da un lato un rispetto radicale della coscienza individuale – quella coscienza che nelle nostre tradizioni religiose nemmeno Dio si sogna di violare -, dall&#8217;altro per consentire alle fedi religiose e secolari di dispiegare il loro potenziale di trasformazione della realtà. Penso al potenziale di speranza, di senso della vita, di voglia di giustizia contenuto in queste fedi che per secoli ha alimentato i movimenti democratici. Per questo non ci si può  limitare alla manifestazione di un “disagio” reciproco: occorre mettere dentro la casa comune, dentro questo progetto comune, tutta la straordinaria energia che le idee e la passione per queste idee sanno trasmettere.<br />
Penso al grande tema dell&#8217;uguaglianza e di un po&#8217; più di giustizia, in un paese come il nostro che ha visto crescere disuguaglianze e ingiustizie inaccettabili negli ultimi anni.<br />
Su questo tema le tradizioni che ci costituiscono custodiscono aspirazioni che definire moderate sarebbe davvero difficile solo ad ascoltare certi cantici parlare di “rovesciare I potenti dai troni”, di “rimandare I ricchi a mani vuote” di “innalzare gli umili”.<br />
Forse erano queste aspirazioni che consentivano a La Pira, Lelio Basso, Concetto Marchesi di declinare la grande tradizione umanistica con l&#8217;attenzione alla questione sociale, a quella che l&#8217;allora sindaco di Firenze chiamava l&#8217;”attesa della povera gente”. Era una prospettiva di riscatto quella che veniva allora proposta dalle forze popolari. E io penso che anche oggi la nostra riflessione sui diritti e sulla dignità di ciascuno debba nutrirsi della stessa ansia di riscatto.</p>
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		<title>Il PD è appena cominciato</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 18:05:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione sito Michele Nicoletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molti analisti e politologi tracciano un’analisi impietosa della situazione in cui versa – a loro dire – il Partito democratico.  Schiavo di una prospettiva che definiscono &#8220;conservatorismo di sinistra&#8221; e che vedono espressa dal suo segretario Bersani, il PD anziché emergere come punto di riferimento di un&#8217;alternativa politica al centrodestra, nel momento cruciale della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molti analisti e politologi tracciano un’analisi impietosa della situazione in cui versa – a loro dire – il Partito democratico.  Schiavo di una prospettiva che definiscono &#8220;conservatorismo di sinistra&#8221; e che vedono espressa dal suo segretario Bersani, il PD anziché emergere come punto di riferimento di un&#8217;alternativa politica al centrodestra, nel momento cruciale della crisi del berlusconismo, sarebbe finito ai margini della scena politica e avrebbe clamorosamente e tristemente fallito la sua missione, quella appunto di rinnovare la politica italiana. </p>
<p>Il mio punto di vista è certo diverso da quello di un osservatore esterno della politica italiana ed è condizionato dal ruolo politico che esercito, ossia quello di segretario politico del Partito Democratico del Trentino, ma, anche dal punto di vista dell&#8217;osservatore esterno, avrei qualche maggiore cautela nell’analisi.</p>
<p>Dell’analisi mi preoccupa non tanto la conclusione: “il PD ha fallito”, ma la premessa: “siccome i sondaggi dicono che il PD ha perso diversi punti percentuali rispetto alle elezioni del 2008, il PD ha fallito”. Se questa premessa fosse vera, dovrebbero dichiarare fallimento più o meno tutti i partiti riformisti europei nonché i democratici americani che sotto la guida di Obama (un leader a cui certo non manca il carisma) hanno recentemente riportato un risultato negativo. </p>
<p>Forse si potrebbe imparare qualcosa dal modo in cui si fa la politica e si giudica la politica nel resto del mondo, un modo diverso da quello ormai completamente nevrotizzato del nostro paese, in cui tutto è finalizzato al successo immediato e il lavoro di lungo periodo non interessa più a nessuno.<br />
In tutti i paesi sviluppati quando le elezioni non danno i risultati sperati, ci si interroga, si modificano le strategie, il personale politico, i programmi, ma non si decreta il fallimento del partito. Così i partiti mantengono le loro storie e le loro identità attraverso i decenni e con la loro base ideale offrono ai cittadini punti di riferimento sulle grandi questioni sociali: i diritti individuali, la giustizia sociale, l’ordine pubblico e così via. </p>
<p>Nel nostro Paese questo quadro si è rotto con la fine degli anni ’80 e con il crollo dei partiti tradizionali. Da quel momento la politica italiana è entrata in un grande frullatore che ha macinato idee, persone, istituzioni a un ritmo frenetico e vorticoso obbedendo a una logica di puro marketing politico. Si cambiava spettacolo ogni due anni per andare incontro alla voglia di novità del pubblico. Solo gli attori rimanevano gli stessi. Ma i partiti continuavano a cambiare nome e aspetto. </p>
<p>Il PD nasce in una logica diversa. Nasce come riflessione sulla storia italiana e come progetto di lungo periodo. E nasce come operazione prima di tutto ideale. Dal riconoscimento che oggi il vero e grande scontro ideale e politico tra le diverse forze in campo avviene attorno al valore dell’uguaglianza. Di fronte all’emergere di nuovi soggetti (giovani, donne, immigrati) c’è chi vuole una politica della discriminazione che consente a chi è garantito di tenere ben saldo il proprio potere sociale, dall’altro c’è chi vuole costruire una politica dell’uguaglianza di opportunità. Nel rispetto delle differenze, si vuole costruire una società basata sul pari rispetto, sulla pari dignità, sulle pari opportunità di realizzare con pienezza la propria esistenza. I democratici stanno da questa parte. </p>
<p>Stanno da duecento anni dalla stessa parte, dai tempi delle rivoluzioni americana e francese che hanno posto al centro della politica non i privilegi di qualcuno, ma i diritti di tutti. È questo che ha consentito a milioni di democratici italiani di ritrovare la loro unità originaria, quell’unità che nell’Ottocento e nel Novecento era stata perduta allorché si erano divisi in correnti diverse (cattolici democratici, liberaldemocratici, socialisti democratici e così via). E dal punto di vista della storia delle idee – che nella storia dei partiti è determinante – è un incredibile risultato che le forze democratiche italiane abbiano voluto riconoscere il loro valore fondante e unificante nella “democrazia”, concepita finalmente non come uno strumento per realizzare qualche altro modello di società (il socialismo o una nuova cristianità) ma come “il” modo in cui uomini e donne, che si vogliono liberi e si riconoscono pari diritti, determinano assieme il loro destino.</p>
<p>Questo è conservatorismo di sinistra? A me non pare proprio. A me pare una proposta straordinariamente coraggiosa e innovativa che ha bisogno di molto tempo e di molta fatica per potersi affermare con forza, rispetto alle resistenze – che pure vi sono nel PD – dei nostalgici dell’una o dell’altra parte, rispetto alle paure dei vecchi apparati di perdere il loro potere per consegnarlo ai cittadini sovrani, rispetto all’ingenuità dei nuovi che ignorano la fatica improba del lavoro politico quotidiano, quello dei muli che a testa bassa tirano la carretta, ogni giorno un metro più avanti, sapendo che la democrazia si costruisce così, con l’instancabile tessitura del dialogo e l’impegno collettivo. </p>
<p>È una sfida facile? Per nulla, perché oggi l’ideale democratico è tornato ad essere controcorrente. </p>
<p>In un paese come il nostro in cui le disuguaglianze sono cresciute non solo per via dell’inventiva personale (magari ce ne fosse di più e ci fosse tanta e sana e forte imprenditoria!), ma per via dell’appropriazione furbesca della ricchezza pubblica da parte dei più forti o dei più prossimi al potere, battersi per la democratizzazione della società non è facile, perché richiede un coraggioso ripensamento del nostro modello di sviluppo. </p>
<p>Ma non è questo che voci autorevoli da parti diverse ci chiedono? Quando nella Caritas in Veritate di Benedetto XVI si legge che è necessario una «revisione profonda» dell’attuale modello di sviluppo», si tratta forse di conservatorismo di sinistra? Quando il Governatore della Banca d’Italia Draghi mette in guardia dalla continua crescita del lavoro precario soprattutto giovanile, si tratta forse di conservatorismo di sinistra? Denunciare il drammatico smantellamento dello Stato sociale nelle altre regioni d’Italia ad opera del governo di centrodestra significa forse ricadere nel conservatorismo di sinistra? Provare vergogna perché la nostra società non è in grado di garantire ai credenti di religioni diverse il diritto di pregare in un luogo che sia degno di uno degli atti più intimi e profondi che un essere umano può compiere, ossia inginocchiarsi di fronte al proprio creatore e chiederne la forza per andare avanti e la benedizione sui propri cari, è conservatorismo di sinistra?</p>
<p>Credo di conoscere meglio di tanti altri i limiti del Partito Democratico, ma credo che questo progetto non sia già fallito né tanto meno già finito. Sono secoli che i democratici si battono per questo progetto. E per quanto riguarda noi, non abbiamo intenzione di smettere. Per noi il PD non è un progetto già finito. È appena cominciato.</p>
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		<title>Per una nuova proposta politica dei democratici di Michele Nicoletti</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 16:57:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione sito Michele Nicoletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Milioni di cittadini in occasione delle ultime elezioni amministrative regionali hanno deciso di non andare a votare. Si è così trattato delle elezioni meno partecipate nella storia politica italiana. Solo il 63,6 % degli aventi diritto ha scelto di recarsi alle urne. Si tratta di una scelta che dovrebbe preoccupare chi ha a cuore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1. Milioni di cittadini in occasione delle ultime elezioni amministrative regionali hanno deciso di non andare a votare. Si è così trattato delle elezioni meno partecipate nella storia politica italiana. Solo il 63,6 % degli aventi diritto ha scelto di recarsi alle urne. Si tratta di una scelta che dovrebbe preoccupare chi ha a cuore una concezione della democrazia che vede nella partecipazione forte e intensa dei cittadini un elemento fondamentale della democrazia stessa.<br />
I più preoccupati dovrebbero essere, insomma, quelli del PD. E ciò almeno per due ragioni. Anzitutto per una ragione generale: una democrazia a bassa partecipazione rischia di indebolire il senso stesso della democrazia come governo del popolo, ossia di tutti o per lo meno dei più. Una democrazia a bassa partecipazione rischia non solo di affidare il momento decisionale a una porzione ristretta della popolazione (un governo fondato sul voto del 30% degli aventi diritto fa più fatica a definirsi interprete di quella volontà popolare in cui, in democrazia e secondo la nostra Costituzione, risiede il potere sovrano ossia il potere di decidere sul destino della propria comunità politica), ma anche di non svolgere efficacemente quella funzione di integrazione sociale che gli istituti politici della democrazia svolgono (l&#8217;esercizio del voto è anche una forma di inclusione sociale; senza di esso può crescere il senso di non appartenenza e il tasso di anomia che indeboliscono il tessuto connettivo della società civile).<br />
Ma una bassa partecipazione dovrebbe preoccupare i democratici anche per una ragione particolare: perché il gran numero di astenuti – per altro assai maggiore nell’area del centrodestra rispetto a quella del centrosinistra – rappresenta un interlocutore fondamentale del PD. In parte perché si tratta di propri elettori che si sono allontanati perché insoddisfatti, in parte perché si tratta di elettori non “ideologicamente” di centrodestra. In un caso come nell’altro si tratta di elettori più facilmente conquistabili o riconquistabili al voto del centrosinistra e dunque interlocutori da privilegiare nell’elaborazione di una nuova proposta politica di qui alle elezioni del 2013 (sempre ammesso che non vi siano elezioni anticipate). </p>
<p><strong>Le ragioni dell’astensionismo</strong></p>
<p>2. Tra le molte ragioni dell’astensionismo, due sembrano prevalere: da un lato, la sfiducia nella capacità della politica di “risolvere” i problemi concreti (lavoro, crisi economica, efficienza dei servizi, qualità della vita, eccetera) e dunque la convinzione della sua “inutilità” pratica; dall’altro, la sfiducia nella capacità della politica di dare corpo a ideali, ossia a rappresentazioni di un futuro desiderabile, e dunque la percezione della sua “insignificanza” nella sfera simbolica (incapacità di comunicare la società che desideriamo, di anticipare il futuro, di sostenere la speranza in un’alternativa rispetto alla vita che conduciamo). </p>
<p>3. La convinzione di una inutilità pratica della politica si è fatta sempre più strada in un Paese come il nostro in cui la capacità riformatrice dei governi dell’una e dell’altra parte è stata assai ridotta. Rispetto ai vecchi Paesi europei, l’Italia si trova priva di un sistema istituzionale capace di garantire efficienza ed equità. Il sistema politico, giudiziario, scolastico, universitario, le infrastrutture di vario genere nonché gran parte del sistema produttivo appaiono largamente al di sotto dei migliori standard europei, nonché delle aspettative e dei bisogni dei cittadini. La resistenza delle corporazioni, il pesantissimo debito pubblico, la farraginosità dell’apparato legislativo e molto altro riducono quasi a zero i margini di manovra dei governi, che devono limitarsi a contenere più o meno la spesa pubblica, senza riuscire a introdurre significative riforme di sistema.<br />
L’impotenza della politica italiana è stata esaltata dalla crisi economica e i cittadini stanchi hanno interpretato tale impotenza non come l’impotenza di “una” parte politica, ma come l’impotenza “della” politica tout court, vista sempre più come una macchina inutile e anzi dannosa in quanto costituita da un apparato di parassiti e privilegiati. Non a caso è stato questo l’elemento maggiormente enfatizzato da inchieste giornalistiche (la “casta”) e da movimenti sociali e politici di un qualche successo (la stessa Lega, l’Italia dei valori, il movimento di Grillo). In questa crisi di legittimazione pare immersa non solo la politica nazionale, ma anche quella locale: quella amministrazione regionale, provinciale, comunale, che per molti anni ha rappresentato l’esempio positivo della politica del “fare”, delle buone pratiche, contrapposta alla politica delle chiacchiere. La crisi del modello emiliano (perdita del 10% di voti relativi e del 22% dei voti assoluti dalle regionali del 2005) con la crescita del voto “ideologico” della Lega non va sottovalutata.<br />
Di fronte a questa crescente convinzione di impotenza della politica a risolvere i problemi concreti è certamente vero che la nuova proposta politica del PD dovrà caratterizzarsi per la capacità di affrontare i temi concreti che assillano la vita quotidiana dei cittadini e di indicare soluzioni concrete ai problemi a partire da quelli di carattere economico-sociale. Ma non si può ignorare il fatto che, stando all’opposizione sul piano nazionale, il centrosinistra può solo enunciare che cosa si dovrebbe fare per risolvere i problemi senza avere la possibilità di tradurre in decisioni politiche queste soluzioni e che, anche là dove si trova al governo a livello regionale, lo stato drammatico della finanza pubblica consente non molti margini di manovra.<br />
Per questo occorre essere consapevoli che pur riconoscendo la centralità delle questioni concrete – e solo il cielo sa quanto urgente sia una politica che metta mano con forza ai problemi materiali del Paese – una proposta politica che si limitasse solo ad enunciare le cose da fare, rischierebbe di essere insufficiente di fronte al ritorno – in grande stile – di una proposta politica fortemente ideologica come quella avanzata dal centrodestra e, con incisività crescente, dalla Lega.</p>
<p><strong>Il ritorno delle idee</strong></p>
<p>4. Occorre essere consapevoli che è tornata a manifestarsi nella storia la forza delle idee. Da sinistra a destra, da Obama alla Lega, le proposte politiche che paiono oggi maggiormente in grado di attrarre consensi sono quelle a forte tasso ideale. La politica spettacolo del Pdl – pure imperante su molte reti televisive – appare perdere milioni di consensi e non si può dire che la politica della Lega conceda molto alla logica dell’immagine. La sua classe politica certo non si preoccupa dell’apparenza estetica. Anche il tema della politica dei sindaci, del civismo, delle personalità locali, pare meno attraente. Il radicamento nel territorio, come si usa dire, è essenziale, ma più come metodo che come contenuto. L’importanza delle questioni organizzative del politico, le eterne discussioni sulla forma partito nelle sue innumerevoli varianti, storiche, reali, o virtuali,  pare avere meno centralità di qualche tempo fa. Una certa freddezza nei confronti della proposta avanzata da Romano Prodi di una radicale ristrutturazione del PD su base regionale è certo motivata dall’istinto di conservazione di buona parte della classe dirigente del partito, la cui legittimazione dal basso affonda le sue radici nel passato e la cui permanenza ai vertici è in gran parte legata a meccanismi di cooptazione, ma anche da una diffusa stanchezza nei confronti delle discussioni attorno alla forma partito. Dopo le elezioni regionali i più hanno detto: “per carità, non rimettiamoci a parlare dell’assetto interno”. Sarebbe assurdo negare la rilevanza di tutti questi aspetti del politico nella realtà dell’oggi, ma pensare di costruire una nuova politica su queste basi è illusorio. Nuovi linguaggi, radicamento nel territorio, organizzazione aperta e cariche contendibili da tutti sono scelte fondamentali politicamente rilevanti, non sono mere forme organizzative politicamente neutre. Rispondono a valori e idee, ma sono tuttavia “forme” del politico. Forme che devono riempirsi di contenuti ideali e di scelte sociali, perché solo l’idea riesce a fare sintesi dei diversi interessi sociali sempre più frammentati. Per fare sintesi l’idea ha bisogno di strumenti che la mettano in contatto con le persone in carne ed ossa e perciò ha bisogno di linguaggi, persone radicate, procedure e strutture senza cui è inefficace e sterile. Ma è l’idea che ha la capacità di fare sintesi degli interessi sociali. Mentre prefigura una realtà alternativa a quella esistente, indica una possibile realizzazione dei nostri desideri e una possibile composizione di interessi tra loro diversi e talora in conflitto: così è stato nell’’800 e nel ‘900 con le grandi idee della libertà politica, della democrazia laica e cristiana, del socialismo.</p>
<p><strong>La democrazia senza aggettivi</strong></p>
<p>5. L’intuizione che ha portato a definire il nuovo partito come “partito democratico”, uscendo dalla stagione della botanica e tornando alla centralità delle idee politiche, ponendo il partito nuovo sulla base dell’idea di democrazia (“la più bella idea” che la storia della politica abbia partorito), è stata fondamentale e, ne fossero o meno consapevoli gli artefici di tale scelta, questa intuizione ha collocato la nuova formazione politica nel grande alveo della tradizione del pensiero democratico. Tradizione per nulla vaga e più risalente rispetto a quelle tradizioni di pensiero a cui di solito si fa riferimento quando si traccia la genealogia del PD e si invocano – quasi in una sorta di litania – le divinità protettrici del passato, i liberaldemocratici, i socialisti, i cattolici democratici e via enumerando. Se solo si assumesse uno sguardo appena più ampio, ci si accorgerebbe che queste nobili tradizioni, prima di essere nostre progenitrici, sono state a loro volta figlie, figlie di quella tradizione di pensiero democratico che ha portato alle rivoluzioni americana e francese combattendo l’assolutismo regio e affermando la sovranità del popolo. E questa tradizione si è certo manifestata nel corso dell’’800 in forme diverse, nelle correnti sopra ricordate, ma ha saputo mantenere anche una sua forza unitaria, operante a livello carsico, ma capace via via di battersi per i diritti civili, l’abolizione della schiavitù, l’emancipazione femminile, la giustizia sociale, l’educazione di tutti, la laicità del politico e il sacro rispetto della coscienza, e di lottare contro l’imperialismo e il nazionalismo, contro i fascismi e i totalitarismi di ogni colore, e di darci poi il frutto della Costituzione, frutto unitario di una lotta unitaria dei democratici, e di un idea di ordinamento della società internazionale basato sui diritti umani e dei popoli. Chi oggi dice che il PD non ha un’identità ideale non sa che cosa dice. O meglio parla di se stesso e del proprio disorientamento e ignora le grandi correnti ideali della storia. Il semplice fatto di aver posto il partito sotto l’egida – finalmente – di una democrazia senza aggettivi (e dunque non più la democrazia liberale o la socialdemocrazia o la democrazia cristiana, ma la democrazia e basta, perché – verrebbe da dire con il Marx della questione ebraica – “la democrazia politica è cristiana”) rappresenta la consapevolezza che l’idea di democrazia è il luogo dell’inveramento delle aspirazioni dei liberali, dei democristiani, dei socialisti. La democrazia non è una tappa intermedia verso altro, ma è l’ideale verso cui essa stessa tende. La politica sottratta all’essere strumento per la realizzazione di altre mete e restituita alla sua natura originaria: autogoverno di donne e uomini che si vogliono liberi e si riconoscono uguali. In uno sforzo perenne, mai del tutto raggiunto perché sempre nuovi esseri umani si aggiungono alla nostra convivenza, ed abbiamo l’eterno compito di riconoscere anche ad essi pari opportunità. Questa lettura più larga ci aiuta a collocare le diverse tradizioni che sempre ricordiamo entro una storia comune e a concepire il PD non come la costruzione artificiale di gruppi diversi ed eterogenei, ma come la ricongiunzione dei diversi rami della tradizione democratica al ceppo originario e comune. Ciò non accade oggi per la prima volta, ma già altre volte è accaduto sia pure non nella forma del partito e solo a rileggere gli atti della Costituente respiriamo quest’aria di unità democratica, di ritrovarsi in famiglia. Per cui è del tutto corretto dire che il PD è il partito della Costituzione e di quella Costituzione in cui le tradizioni democratiche italiane arrivano alla formulazione di quella concezione “dinamica” dell’uguaglianza che si trova originalmente formulata nell’articolo 3. È questa concezione dell’uguaglianza che sta alla base delle cultura politica del Partito Democratico e che anche oggi costituisce lo spartiacque ideale tra i diversi schieramenti. Se rileggiamo la storia delle idee politiche in Europa e nel mondo alla luce di questo spartiacque, ci accorgiamo di come si possa rinvenire – pur nella pluralità – un’unità più profonda delle tradizionali distinzioni (liberaldemocratici, socialisti, cattolici democratici, eccetera) che si fonda su questa concezione inclusiva della democrazia, tesa perennemente a realizzare condizioni di uguaglianza in un mondo che non smette di generare disuguaglianze. Uguaglianza non solo sul piano orizzontale dei diversi gruppi sociali, ma anche sul piano verticale dell’uguaglianza tra governati e governati che nell’età della democrazia di massa e della professionalizzazione del politico si fa particolarmente acuta. </p>
<p>6. Dunque l’idea c’è, la storia c’è, vi è da chiedersi piuttosto se vi siano fra noi oggi uomini e donne all’altezza di questa storia. Storia di impegno, di sacrifici e di lotte, come ogni democratico di ogni tempo sa, perché non vi è diritto di donna o di uomo che non sia stato conquistato attraverso lotte. La politica democratica – ossia la democratizzazione della politica &#8211; non è un gioco di società. E vi è da chiedersi se il deficit maggiore oggi non risieda nella mancanza di serietà, nella mancanza di consapevolezza del senso della nostra battaglia, nel deficit di carattere. Forse ci battiamo stancamente perché ci battiamo per i diritti altrui, avendo da tempo conquistato i nostri e badando semmai a conservarli gelosamente. Ma vi può essere politica democratica se quanti avrebbero un reale interesse all’espansione della democrazia – perché sfruttati o discriminati &#8211; non stanno dalla parte dei democratici? Se non vedono nei democratici chi si fa carico delle loro aspirazioni, chi dà mostra di “sentire” ciò che essi sentono e di “soffrire” ciò che essi soffrono? La forza dei movimenti democratici stava nel coniugare gli ideali di libertà, uguaglianza, fraternità con componenti sociali che avevano interesse concreto alla realizzazione di una società fondata su queste basi. Questa ricomposizione tra interessi e valori è essenziale e per questo è urgente una forte alleanza con le componenti della società che hanno interesse a un’espansione dell’uguaglianza delle opportunità e sono disponibili a comporre questo loro interesse in un orizzonte ideale di democratizzazione della società. </p>
<p><strong>Politica e speranza</strong></p>
<p>7. Ma la forza dei movimenti democratici non stava, in passato, solo nella loro rappresentanza sociale progressiva, stava anche nella loro capacità di suscitare la speranza in un mondo diverso, attraverso rappresentazioni ideali della società del futuro, che apparivano desiderabili, così desiderabili da rendere sensata la lotta, e da rendere sopportabili le avversità del presente. La politica moderna e in particolare la politica democratica si è costruita in modo determinante sull’idea di un futuro diverso dal presente. Fosse il regno di Dio o la società dell’avvenire, fosse il mondo della libertà e degli scambi pacifici, in ogni rappresentazione ideale stava la forza trascinante di un futuro migliore per cui valeva la pena impegnarsi. Quest’idea che il presente non è l’unico tempo dell’essere umano, ma un altro tempo esiste per cui le donne e gli uomini non sono condannati all’eterno ritorno dell’uguale miseria, ma sono destinati a un riscatto e a una liberazione, è stato un contributo fondamentale offerto dalle tradizioni ebraiche e cristiane alla politica occidentale. La speranza della liberazione. E la povertà della nostra cultura politica sta anche nell’inaridirsi di questo orizzonte perché le tradizioni religiose oggi di fronte alla vita politica appaiono più preoccupate di difendere i propri spazi attraverso lo strumento del politico, anziché allargare lo spazio e il tempo del politico attraverso il proprio orizzonte spirituale. E invece è di questo allargamento dello sguardo e del cuore di cui la politica democratica ha bisogno. Non certo per riproporre messianismi terreni che non hanno giovato all’umanità. Ma per dispiegare anche nella storia la forza liberante di una speranza in un orizzonte che trascende il presente. E in ciò – anche – sta certamente la forza trascinante della proposta di Barack Obama al suo popolo, proposta così fortemente nutrita della speranza di una liberazione che ha radici salde nella tradizione democratica americana, dai padri fondatori ai difensori dei diritti civili. La speranza non è certo un patrimonio esclusivo delle tradizioni religiose, essa può fondarsi e alimentarsi anche ad altre sorgenti. Ma di essa, ovunque provenga, la democrazia ha bisogno per sostenersi nel momento in cui la fiducia nel cambiamento viene messa alla prova dalla crisi, dalla stanchezza e dalla rassegnazione. È in quest’ora che il pensiero democratico ha bisogno di tutte le energie spirituali di cui può disporre. Non deve costringere le persone a mettere tra parentesi le proprie energie spirituali, ma deve riuscire a esaltarle e a comporle in un quadro comune.</p>
<p>8. Ma non è solo per riaprire l’orizzonte del futuro che il pensiero democratico ha bisogno di attingere a energie spirituali. La crisi economica ha mostrato i limiti non solo di un modello sregolato di capitalismo, ma anche di un’economia di mercato che ha bruciato le risorse antropologiche da cui essa pure è nata. La logica di funzionamento del sistema economico lasciata a se stesso ha logorato quei presupposti di libertà della persona e di parità di condizioni senza cui essa non avrebbe potuto svilupparsi e per questo entra in tensione con le aspirazioni democratiche, che non possono accettare un sistema che produce disuguaglianze sempre più ampie. La reazione del sistema politico democratico alla crisi economica è stata debole: come i meccanismi democratici sono stati spesso impotenti di fronte alle sregolatezze del sistema, così nel momento della crisi raramente sono riusciti ad evitare che le risorse pubbliche messe in campo non finissero nelle mani degli stessi agenti e delle stesse logiche che hanno prodotto la crisi. È su questo piano che si misura la difficoltà, per non dire l’impotenza delle democrazie: quello che dovrebbe essere il sistema politico maggiormente in grado di difendere i meno abbienti, rischia di cooperare al maggior trasferimento di risorse pubbliche (provenienti in gran parte dal lavoro) nelle mani di chi già ha. È questo compromesso tra (cattivi) attori economici e (cattivi) attori politici, che va rotto a favore di un nuovo e più avanzato compromesso tra democrazia ed economia di mercato. Per questo serve non solo una politica che intercetti gli attori sociali ed economici interessati al cambiamento (spesso inclinanti verso la rassegnata astensione), ma anche una teoria sociale capace di dare spazio in chiave dialettica ma non antagonista a quanti aspirano a una «revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo» (Benedetto XVI) in una logica di rispetto dell’ambiente e della giustizia sociale a livello nazionale, internazionale e intergenerazionale. Si tratta qui, di nuovo, di nutrire il pensiero democratico con antropologie dialogiche e solidaristiche che nel radicale rispetto della libertà della persona si oppongano però al rischio presente di reificazione dell’”altro essere umano” presente nelle prospettive individualistiche. Occorre perciò accettare la sfida del confronto antropologico anche sui terreni cruciali dell’inizio e del fine vita, così come del valore sociale delle relazioni familiari, intessendo un confronto aperto e intenso con quanti si occupano della “messa in salvo dell’umano”. Può darsi che questo confronto porti in ogni caso a divergenze sul piano delle concrete scelte da operare sul piano legislativo per operare nell’oggi quel bilanciamento di beni che la nostra Costituzione ci chiede. Ma è essenziale che in questo dialogo si renda a tutti percepibile il valore di tutti i beni in gioco, perché le mediazioni giuridiche e politiche – sempre contingenti – custodiscano la preoccupazione che nulla dell’altro bene vada interamente perduto. Coltivando il dialogo con le tradizioni morali e religiose sul piano antropologico, il movimento democratico potrà opporre all’alleanza strumentale tra trono e altare la proposta di un confronto e di una cooperazione tra credenti e non credenti che riconosca da un lato la secolarità del politico e la trascendenza del teologico e coltivi dall’altro la cooperazione dialettica tra le diverse prospettive. </p>
<p>9. La situazione preoccupante della democrazia italiana esige certamente che si faccia ogni sforzo per perseguire politiche di alleanza con le altre forze politiche di opposizione, ma un allargamento del fronte non basterà a rendere i democratici i protagonisti del cambiamento se non sapranno anche allargare l’orizzonte sociale e culturale della loro proposta. E se non sapranno allargare il loro cuore, la loro capacità di “sentire” ciò che gli altri soffrono. A loro spetta il dovere di testimoniare che la democrazia è in grado di farsi carico più di altre forme di governo dei grandi problemi sociali che attraversano il nostro tempo e ciò va fatto in primo luogo esprimendo la propria vicinanza a quanti vivono con maggiore difficoltà. In questa vicinanza, i democratici, se attingeranno al proprio – straordinario e intatto – patrimonio ideale, sapranno riaprire l’orizzonte della speranza e, ritrovando il senso e le energie di un nuovo impegno, potranno contribuire a costruire, assieme, nuove condizioni di vita, più umane per tutti.<strong></strong></p>
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		<title>Lettera a Pierluigi Bersani sulle primarie alle regionali</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 16:45:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione sito Michele Nicoletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Pierluigi Bersani
Segretario Nazionale del Partito Democratico
Caro Segretario,
la nostra regione non è direttamente coinvolta nelle elezioni regionali di primavera ed è con un certo scrupolo che mi permetto di intervenire nelle vicende altrui. Non posso tuttavia non esprimerti la preoccupazione di gran parte dei nostri iscritti ed elettori che
seguono sulla stampa le vicende relative alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A Pierluigi Bersani<br />
Segretario Nazionale del Partito Democratico</p>
<p>Caro Segretario,</p>
<p>la nostra regione non è direttamente coinvolta nelle elezioni regionali di primavera ed è con un certo scrupolo che mi permetto di intervenire nelle vicende altrui. Non posso tuttavia non esprimerti la preoccupazione di gran parte dei nostri iscritti ed elettori che<br />
seguono sulla stampa le vicende relative alle candidature nelle altre<br />
regioni.<br />
Il ritratto che ci ricamano addosso è quello di un partito disorientato, in cui prevale il calcolo tattico come fossimo<br />
annientati dal terrore di perdere terreno e affidassimo ogni speranza all&#8217;astuzia di questa o quell&#8217;alleanza. Noi non siamo questo &#8211; è inutile che lo dica a te. Siamo un grande partito impegnato nella<br />
costruzione di un&#8217;alternativa. E per essere credibili &#8211; non ora, ma<br />
quando sarà finita questa legislatura &#8211; abbiamo bisogno di dimostrare in ogni nostro atto di essere noi ad avere saldo in mano il timone della nostra barca. E di non essere a rimorchio di altri. Se daremo l&#8217;impressione di dipendere da questa o quella forza esterna, da questa<br />
o da quella contingenza, potremo vincere qualche cosa in più nelle<br />
regioni &#8211; ammesso che accada &#8211; ma non ci affideranno di nuovo il governo del paese.<br />
Non è facile in questa situazione riprendere in mano con forza<br />
l&#8217;iniziativa politica. Me ne rendo conto. Ma per quanto riguarda la scelta delle candidature abbiamo scelto una strada, quella delle primarie, che non possiamo abbandonare. Ognuno di noi è consapevole che questo strumento è imperfetto e caso per caso può produrre anche effetti diversi da quelli sperati. Ma rimanervi fedeli, vuol dire dare un segnale importante a tutta la società italiana, vuol dire che alla<br />
politica della cooptazione dall&#8217;alto (che sta demolendo la società italiana in ogni suo settore) preferiamo una politica aperta alla competizione dal basso, che in mezzo a imperfezioni può far circolare<br />
qualche energia nuova.<br />
I nostri iscritti, i nostri elettori amano questo strumento. Amano -<br />
giustamente &#8211; poter &#8220;contare&#8221; almeno un poco in un tempo in cui il singolo cittadino avverte la frustrazione della propria insignificanza politica. Abbiamo fatto un lungo cammino per costruire un soggetto politico costruito sulla centralità del cittadino sovrano. Non<br />
perdiamo fiducia in questa prospettiva. Non perdiamo fiducia nella forza e nella capacità di reagire e di giudicare dei nostri cittadini.<br />
Spesso il nostro popolo è più saggio di noi e sa trovare la via dove noi brancoliamo nel buio. Oltre a questo le primarie sono un momento di discussione e di mobilitazione politica che è utile anche ai fini della competizione elettorale successiva. Permette ai candidati di farsi conoscere e al partito di essere presente nel dibattito pubblico. Non rinunciamoci.</p>
<p>Michele Nicoletti<br />
Segretario del Partito Democratico del Trentino</p>
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		<title>Intervento all’Assemblea Provinciale del Partito Democratico del Trentino in occasione dell’elezione a Segretario Provinciale (venerdì 6 novembre 2009)</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 22:13:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione sito Michele Nicoletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho dato la mia disponibilità ad assumere l’incarico di segretario del Partito Democratico del Trentino dopo molte esitazioni, come è comprensibile e forse doveroso dovendo fare i conti – come tutti &#8211; con altre, impegnative, responsabilità familiari e professionali e tuttavia con piena convinzione.
Il momento che la politica italiana sta attraversando richiede che tutti &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho dato la mia disponibilità ad assumere l’incarico di segretario del Partito Democratico del Trentino dopo molte esitazioni, come è comprensibile e forse doveroso dovendo fare i conti – come tutti &#8211; con altre, impegnative, responsabilità familiari e professionali e tuttavia con piena convinzione.</p>
<p>Il momento che la politica italiana sta attraversando richiede che tutti &#8211; e in particolare coloro a cui sta cuore l’attuazione di una sempre più autentica democrazia al servizio dei cittadini – facciano qualcosa di più. Se siamo qui in fondo, se abbiamo insieme dato vita a questo partito, non è solo per una passione personale per la vita politica, ma per un senso di responsabilità nei confronti del nostro paese, della nostra terra, che non sono grandezze astratte ma le donne e gli uomini in carne ed ossa che la abitano e la abiteranno domani. </p>
<p>In questo percorso ho incontrato persone disponibili a fare lo stesso. A fare qualche cosa di più di quello che normalmente si fa e si fa in politica. Sono le persone del nostro partito che hanno lavorato come non mai, dallo staff organizzativo, ai garanti, ai coordinatori dei circoli, agli iscritti, ai candidati nelle liste e anche – se mi è consentito – a noi candidati alla segreteria. Un di più non solo in termini di quantità di lavoro, ma anche di stile di lavoro, di dialogo civile, di riflessione sincera su ciò che è meglio per il collettivo in cui lavoriamo. Abbiamo fatto un percorso differenziato ma unitario nello stile e nei contenuti e l’esito di oggi unitario è il frutto di questo percorso, che all’inizio ci pareva lungo e tortuoso ma che oggi ha coinvolto centinaia di persone, ha prodotto decine di discussioni pubbliche, ha intrecciato il cammino e il pensiero di ciascuno con il pensiero degli altri. Io sono molto grato di questo lavoro ai miei colleghi per aver condiviso questo stile e per aver accettato alla fine di dare vita ad una gestione unitaria in assemblea, nel coordinamento e negli incarichi esecutivi. </p>
<p>La proposta è anzitutto una proposta di metodo. Il metodo della condivisione delle responsabilità che si traduce in un’assunzione di incarichi di rappresentanza e di gestione a cui voglio subito dare concretezza. Per quanto riguarda il presidente dell’assemblea vorrei avanzare all’assemblea la proposta di eleggere Giorgio Tonini. Il suo gesto di ritirare la propria candidatura e di convergere sul mio nome ha avuto un effetto positivo non solo all’interno ma anche all’esterno del partito. Moltissime persone mi hanno espresso un grandissimo apprezzamento per questo passo e io gli sono sinceramente grato per questo. La sua esperienza a livello nazionale, il suo lavoro a livello locale fanno di lui una risorsa essenziale del nostro partito. Altrettanto grato sono a Roberto Pinter e Renato Veronesi che hanno scelto di condividere una gestione unitaria senza far valere i loro consensi per dare vita a questa o quella maggioranza. A loro, nell’ambito delle mie competenze, ho deciso di attribuire due incarichi assai significativi su due temi che in questi mesi ci sono stati ripetutamente posti all’attenzione da parte dei circoli: le elezioni amministrative e la vita dei circoli.<br />
Ho chiesto loro di assumere questi incarichi nello stesso spirito di condivisione e di collegialità con cui mi è stato conferito l’incarico di segretario e dunque coinvolgendo anzitutto i circoli, ma anche tutte le risorse presenti nel partito e nelle istituzioni, dai consiglieri comunali a quelli provinciali ai deputati e senatori.</p>
<p>A questi stessi consiglieri comunali, provinciali e deputati e senatori voglio qui ribadire l’impegno del partito a sostenere con ogni energia la loro azione nelle istituzioni. È a me ben presente che molto più di noi, loro sono la faccia del partito in mezzo ai cittadini e per questo è essenziale che il partito sia alle loro spalle nello studio dei problemi, nel contatto con i territori e gli ambienti nel radicale rispetto del loro ruolo istituzionale e della loro autonomia ma al tempo stesso nella richiesta di un dialogo costante che arrivi prima e non dopo le scelte politiche significative, ossia le scelte che incidono sulla vita delle nostre comunità. Anche a loro chiediamo di partecipare a questo metodo di dialogo e condivisione. Ce lo hanno chiesto con forza in tutti i circoli in cui abbiamo presentato le nostre mozioni. È appena il caso che io ricordi che su di loro grava anche la responsabilità politica della solidità e della incisività della nostra azione di governo sia a livello provinciale che a livello comunale. Sarebbero parole vuote le parole del PD che chiede con una sola voce che la coalizione di centro sinistra autonomista si estenda come coalizione di valori e di progetti – non come artifizio di potere – anche alle comunità locali, se chi già siede dentro quelle coalizioni con responsabilità di governo non si facesse interprete esigente del rafforzamento di questa coalizione e del nostro ruolo innovativo e propulsivo in essa.</p>
<p>E con questo voglio ribadire la nostra piena fiducia, la nostra stima, il nostro più forte sostegno agli amministratori del PD e al governo provinciale guidato dal Presidente Dellai. Il nostro interesse è fare l’interesse del Trentino, fare sì che questa coalizione sia solida e al servizio dei cittadini. E il modo migliore per essere al servizio dei cittadini è garantire non solo la stabilità del governo ma anche l’innovazione. Innovazione non solo in campo economico, ma anche in campo ambientale, in campo culturale, nel campo della tutela dei diritti dei singoli e dei gruppi. Noi non mettiamo in discussione le scelte compiute in questi ambiti, ma vogliamo progettare il Trentino del futuro come un Trentino regione all’avanguardia non solo in Italia ma in Europa. Vogliamo ripetere il riformismo degli anni ’60, quel riformismo che ha fatto del Trentino, allora provincia povera e marginale, una provincia dall’invidiabile qualità della vita nel panorama delle regioni italiane. Vogliamo ripetere la stessa sfida nei confronti delle regioni europee convinti che è adesso che si progetta e decide ciò che il Trentino sarà tra vent’anni.<br />
A noi non interessa essere i gestori della fine di un ciclo. Vogliamo inventare il nuovo.</p>
<p>La nostra prima responsabilità sarà chiedere alle forze sociali di aiutarci a fare il punto sugli effetti della crisi economica in Trentino, sulla salute delle aziende e dei posti di lavoro, sulla salute della finanza locale e sulle povertà vecchie e nuove.<br />
Vogliamo poi discutere assieme su come comporre i diritti dei singoli e delle minoranze etniche e religiose all’interno della nostra società, attenti alle tradizioni ma eredi di una grande tradizione, quella dell’Impero asburgico, da secoli multietnica e multiculturale.<br />
Vogliamo lavorare per colmare le fratture della nostra società. Le fratture tra uomini e donne, tra giovani e adulti. Vogliamo lavorare sulla solidarietà intergenerazionale. Pur nel pluralismo delle forme di convivenza tutti hanno figli e anziani da accudire e sono questi i nessi che consentono alla società italiana di reggere. Dobbiamo sostenere queste relazioni di cura in modo più forte e fare un patto con tutti i cittadini per una politica rilanci la solidarietà tra le generazioni.<br />
Faremo la stessa analisi sui grandi temi dell’ambiente, della salute e della cultura.<br />
Chiederemo ai più giovani in questa assemblea di coinvolgere i giovani candidati nelle liste e i giovani iscritti al partito per animare osservatori sulla politica internazionale e nazionale da proporre ai cittadini per far crescere una cittadina consapevole dei problemi del nostro paese, della nostra Europa, del mondo. </p>
<p>Cercheremo di rispondere al meglio alla sfida di rafforzare questa bella idea che è il partito democratico. A chi ci dice che siamo socialdemocratici rispondiamo che siamo democratici e ne abbiamo abbastanza e che siamo stanchi di questo uso vacuo e solo polemico delle parole. Lavoriamo per una bonifica del linguaggio politico, per restituire alla parola politica la sua dignità e la sua forza.</p>
<p>Ci impegniamo ad allargare il centro sinistra. Dialogheremo meglio e più a fondo con i socialisti e gli ambientalisti e con il mondo cattolico che ci interpella sulle grandi questioni dell’umano. </p>
<p>A chi ha dato vita a un disegno di federazione delle liste territoriali del centro sinistra in tutta Italia a partire dal modello trentino auguriamo buon lavoro. Ci pare uno sforzo positivo nella direzione di allargare e radicare il centro sinistra nel nostro paese. Purché non metta però in discussione una prospettiva di sano bipolarismo che permetta una democrazia dell’alternanza. La rinascita di un centro equidistante dai poli non serve alla democrazia italiana. </p>
<p>Ma il nuovo non si costruisce cambiando casacca in parlamento. Questa è politica vecchia, vecchissima, si chiama “trasformismo” e colpisce al cuore l’anello della rappresentanza ossia la fiducia tra elettore ed eletto. Su questa strada non si va da nessuna parte ed anzi si mina ancor di più uno degli elementi di drammatica crisi della politica italiana ossia la fiducia dei cittadini nelle proprie rappresentanze istituzionali. </p>
<p>È proprio questa fiducia che noi vorremmo invece ricostruire. E per questo obiettivo vi chiedo di lavorare insieme.</p>
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