Archivi per la categoria ‘Archivio Europee 2009’
15 maggio – Lussemburgo, Bech e la passione per l’Europa
venerdì, 15 maggio 2009C’est aujourd’hui la première fois dans leur histoire que les peuples de l’Europe s’associant librement dans une aussi vaste entreprise pour la conquête du progrès et de la prospérité, en substituant à leurs rivalités et antagonismes économiques une organisation fondée sur l’intérêt commun. (continua…)
14 maggio – Repubblica Ceca e la libertà indivisibile
giovedì, 14 maggio 2009La libertà è indivisibile. L’attacco alla libertà di uno è un attacco alla libertà di tutti. Fino a quando la società sarà divisa nell’indifferenza, e gli uni osserveranno in silenzio la persecuzione degli altri, nessuno si affrancherà dalla manipolazione generale.
Václav Havel
13 maggio – Danimarca, Kaj Munk
mercoledì, 13 maggio 2009Questo itinerario europeo attraverso le voci della resistenza ai poteri totalitari, della libertà di coscienza e delle anime che amano la libertà non è un itinerario che compio da solo. Amici e amiche che risiedono in Italia e fuori d’Italia mi accompagnano e suggeriscono storie da ricordare. Tra queste quella di Kaj Munk, danese, le cui parole vanno rilette oggi.
(continua…)
12 maggio, UK – Thomas More e il rispetto della coscienza (propria e altrui)
martedì, 12 maggio 2009È un peccato che la Gran Bretagna sia talvolta così freddina nei confronti dell’Europa. Ha sempre delle buone cose da insegnarci anche nei suoi momenti in cui il suo governo sembra meno brillare. Uno spirito veramente europeo era Thomas More, grande amico di Erasmo, giustiziato dal suo re, a cui si disse fino all’ultimo suddito fedele, per non aver voluto pronunciare il giuramento di fedeltà di fronte a un atto che la sua coscienza di credente riteneva inaccettabile. Un caso di coscienza destinato ad aprire l’epoca moderna. Avesse obbedito ai suoi vescovi, Thomas More si sarebbe salvato la pelle. I suoi vescovi avevano tranquillamente giurato fedeltà al re. Solo il vescovo Fisher, Thomas More e tredici certosini decisero che in casi come quello bisognava seguire la propria coscienza. Con ciò More non si permise mai di giudicare la coscienza degli altri e di dire che quanti avevano giurato fedeltà al sovrano erano dei codardi. Eccola qui la laicità: la fede granitica nelle proprie convinzioni al punto di morire per esse, il rispetto granitico per la coscienza altrui. È vero: il More cancelliere gli eretici li aveva perseguitati, ma più per ragioni politiche che religiose. La sua Utopia è tutta intrisa di un clima di tolleranza e di rispetto e contiene il rifiuto di utilizzare il potere politico per far valere un credo religioso. Nella prima parte del libro di Utopia c’è un bel dialogo in cui ci si chiede se i filosofi debbano o no consigliare i principi. In quelle pagine si criticano quei filosofi che forti di un sapere astratto pretendono di dettare legge alla politica. Figure un po’ patetiche, dice More, come di coloro che pretendono di declamare versi tragici sulla scena di una commedia e si aspettano che il pubblico applauda. Non è questa la filosofia di cui la politica ha bisogno, essa ha bisogno di un’altra filosofia «più civile», più appassionata alla vicenda degli uomini, più capace di convivere con le imperfezioni della storia.
Oggi il Fondo Monetario Internazionale ha presentato il rapporto primaverile sulla situazione europea. Si prevede un calo del 4% medio nel 2009 e una ripresa solo nella seconda metà del 2010. A proposito delle misure anticrisi l’invito a un maggior coordinamento delle politiche è molto forte per riprendere vitalità economica e rafforzare le istituzioni comunitarie. Così si è espresso il direttore del Dipartimento Europa del FMI: “What is mostly needed is a robust approach to coordination, in particular on financial and regional macroeconomic stability,” Belka said. “Europe is the most economically integrated market economy in the world, and yet the policies to address the crisis have been undertaken at the national level. Without a well-coordinated effort in these areas, neither fiscal nor monetary policy efforts will work as effectively as they must to make sure that Europe is as vibrant and prosperous after the crisis as it was before. Europe is facing the economic storm of a lifetime and it urgently needs to weatherproof its institutions”.
C’è bisogno di più Europa. Speriamo lo comprendano i cittadini, speriamo lo comprendano i governi. Sul nostro c’è poco da sperare. Dobbiamo cambiarlo prima possibile.
11 maggio – Germania, “il cuore tenero e lo spirito duro” di Sophie Scholl
lunedì, 11 maggio 2009Sophie Scholl, con il fratello e gli amici, aveva fatto proprio il motto del filosofo Jacques Maritain «Il faut avoir l’esprit dur et le coeur tendre [bisogna avere un cuore tenero e uno spirito duro]».
Noi dobbiamo chiederci se a noi non sia capitato di rovesciare paradossalmente questo motto al punto da ritrovarci ad avere «uno spirito tenero, ossia molle, e un cuore duro».
«Bisogna avere uno spirito duro e un cuore tenero». Bisogna avere un cuore tenero per sentire il patire degli altri e non passare oltre, per decidere di dare la propria vita per gli altri. Ma bisogna avere uno spirito duro per restare fedeli a questa decisione. Fa una certa impressione che negli anni in cui si celebrava il trionfo degli uomini d’acciaio sia una ragazza di vent’anni a tracciare con la propria esistenza il più autentico e provocatorio elogio della durezza dello spirito.
Sophie è davvero una novella Antigone. Come allora anche qui è una ragazza a svelare la natura sacrificale del potere che si vuole assoluto e ad opporsi ad esso. Nelle parole di Creonte si trova scolpito l’orgoglio di ogni tiranno: «colui che la città si è scelto per guida, lui bisogna ascoltare, anche nelle cose di minor conto, e in ciò che è giusto e che giusto non è [… perché] non esiste danno più grande dell’anarchia. Essa abbatte gli Stati, sovverte le case, rompe in guerra le schiere alleate, provoca la rotta. La disciplina, invece, può salvare molte vite ben governate» (Antigone). La guida, il Führer, va seguito in ciò che è giusto e in ciò che è ingiusto.
Nella tirannide il potere si colloca al di là del giusto e dell’ingiusto, al di sopra di ogni giustizia. Ma proprio questo Antigone non accetta e ribatte a Creonte: «io non credevo che i tuoi divieti fossero tanto forti da permettere a un mortale di sovvertire le leggi non scritte, inalterabili, fisse degli dei: quelle che non da oggi, non da ieri vivono, ma eterne». E nemmeno Sophie Scholl può accettarlo: «Anche se non capisco molto di politica, e non ho nemmeno l’ambizione di capirla, tuttavia possiedo un pochino il senso di che cosa è giusto e di che cosa è ingiusto, perché questo non ha nulla a che fare con la politica e con la nazionalità. E mi viene da piangere, per come sono crudeli gli uomini nella grande politica, come tradiscono i loro fratelli solo per averne un vantaggio. Non è scoraggiante, alle volte?»
Antigone e Sophie non riescono a piegarsi a questa logica di un potere assoluto che richiede come prova di fedeltà il tradimento del fratello, che vuole recidere ogni legame dell’individuo con un altro, perché vuole che l’individuo sia legato solo a sé. Ogni altro legame, in quanto legame, è sovversivo. E perciò va reciso, eliminato. «Con la tua morte ho tutto» dice Creonte. Ma dicendo questo è lo stesso tiranno che riconosce la sua debolezza, la sua finitezza, la sua non assolutezza. Ha gli eserciti dalla sua parte, ha le masse ai suoi piedi, ha i poteri materiali che si inchinano a lui. Perché ostinarsi contro questo frammento infinitesimale che gli resiste? «Con la tua morte ho tutto». È il tutto che vuole, il tutto che non tollera che nessuna fedeltà ad altro possa rimanere in piedi. Basta dunque che un singolo essere, che una ragazza, rimanga in piedi, per svelare la non assolutezza del potere, la sua relatività.
Quella di Sophie non è una ribellione sentimentale. Le emozioni non c’entrano. Sono cose da donnette come lei dice. Invoca invece la giustizia con accenti così kantiani da non lasciare dubbi sul suo rigorismo. È interessante ritrovare in vita un po’ di morale kantiana negli anni del totalitarismo. La borghesia liberale tedesca era qui e là riuscita a trasmetterla ai propri figli.
E nemmeno quella di Sophie – come quella di Antigone – è una semplice solidarietà familiare. La famiglia contro lo Stato. Qui la fraternità, che pure è fraternità reale, assume un valore più ampio. È la fraternità che abbraccia il proprio popolo, che abbraccia tutti gli uomini. Il fratello è il volto dell’uomo concreto che la giustizia impone di non tradire. La giustizia esige il trattamento uguale di tutti gli uomini. Il potere assoluto distingue in modo totale e radicale i nemici dagli amici, per la vita e per la morte. «Le leggi di Ade eguagliano tutti» – cerca di dire Antigone a Creonte, ma Creonte risponde: «Il nemico non è un amico, neppure da morto» E Antigone: «Io esisto per amare, non per odiare».
Anche Sophie esiste per amare ed è difficile trovare nei suoi scritti, negli scritti in genere della Rosa Bianca traccia di odio. Hans Scholl lo dirà chiaramente anche dopo la condanna: « Non c’è odio in me. Mi sono lasciato tutto, tutto dietro le spalle».
Ma per giungere a questa ribellione occorreva aver combattuto spiritualmente a lungo contro tutto ciò che poteva, alla radice, minare la resistenza.
Il primo avversario è per Sophie Scholl l’indifferenza. Così scrive al fidanzato: «Basta che tu non diventi un tenente arrogante e indifferente (Scusami!) Ma il pericolo di diventare indifferenti è grande […] e se potessi, continuerei sempre più a pungolarti contro l’indifferenza che potrebbe assalirti, e vorrei che i pensieri rivolti a me fossero una spina costante contro l’indifferenza».
E a Dio, a cui si rivolge chiedendogli di insegnarle a pregare, domanda di avere «il dolore insopportabile piuttosto che un’esistenza insensibile. Meglio una sete bruciante, voglio pregare per dolori, dolori, dolori, piuttosto che sentire un vuoto…».
È questo un tema molto presente in queste figure: l’orrore del vuoto, dell’esistenza insensata e tutto sommato insipida. La paura di non aver più sete e il desiderio di averne. C’è un legame tra l’affermarsi dello Stato totale che riempie ogni cosa e lo svuotamento dell’anima. Oggi lo Stato totale non c’è più, ma al suo posto c’è la società totale che lavora senza indugio per lo stesso svuotamento. Per questo ci colpiscono le parole di Sophie Scholl «voglio pregare per dolori, dolori, dolori, piuttosto che sentire un vuoto…»
C’era forte negli uomini e nelle donne scampati al totalitarismo la paura di perdere la propria anima.
Qualcuno dirà che era il frutto di una concezione piuttosto arretrata della religione che insisteva in modo ossessivo sul tema della salvezza dell’anima. La verità è che l’anima può davvero perdersi. Non è necessario credere in un inferno ultraterreno per riconoscere che vi sono uomini e donne che hanno smarrito la propria anima.
La durezza dello spirito spesso invocata e praticata da Sophie Scholl era maturata attraverso questa convinzione: l’anima si può smarrire. Si può smarrire nella massa. Per questo la «massa» è da lei avvertita come una minaccia esistenziale, come qualcosa che ti può inghiottire e soffocare, come qualcosa che ti può trascinare in basso, nella volgarità. Ritornano alla mente le splendide pagine di Bonhoeffer contro l’involgarimento, contro il prevalere dell’impudenza, del divismo, sulla necessità di recuperare il senso della «distanza» tra le persone, il senso della «qualità», la scelta oculata delle persone a cui aprire la propria intimità.
Sophie Scholl ha avuto il coraggio e la forza di difendere la sua anima dalla massa, anche attraverso l’isolamento e la marginalità: «Spesso non mi auguro nient’altro che di vivere in un’isola da Robinson Crusoe. A volte sono tentata di considerare l’umanità come una malattia della pelle della terra. Ma solo qualche volta, quando sono molto stanca, e mi vedo davanti uomini così grandi, che sono peggiori delle bestie. In fondo però si tratta solo di tener duro, di resistere, nella massa che non tende a null’altro che al proprio tornaconto. Per loro, per raggiungere questo obiettivo, ogni mezzo è giusto. Questa massa è così travolgente, che si deve essere già cattivi semplicemente per restare in vita. Probabilmente solo un uomo finora è riuscito a percorrere tutta la strada, diritto fino a Dio. Ma chi la cerca ancora, oggi?».
Per questo ripeteva a se stessa e agli altri le parole di Goethe «a dispetto di ogni violenza resistiamo» e faceva questo continuo lavoro su di sé per corazzare lo spirito dalle influenze esterne. «Mi sforzo molto di mantenermi il più possibile intatta dagli influssi del momento. Non da quelli ideologici e politici, che certo non mi fanno più effetto, ma anche dagli influssi di umore. Il faut avoir un esprit dur et le coeur tendre».
È questo cuore tenero e questo spirito duro che ancora oggi onoriamo. E il fatto che Sophie Scholl sia arrivata fino in fondo alla sua strada è il suo onore e la nostra speranza. Per ogni Creonte c’è un’Antigone, per ogni Hitler c’è una Sophie Scholl e molti altri. Non c’è tirannide che non sia stata sconfitta da una coscienza in piedi. Il regime di Hitler prima di crollare sotto i colpi delle armate alleate era qui spiritualmente crollato. E di qui poteva partire la ricostruzione.
* * *
Oggi a Belluno abbiamo firmato con altre due candidate del PD, Debora Serracchiani e Laura Puppato il Patto per l’Europa della montagna alpina che ci impegna se eletti nel Parlamento Europeo a proteggere e valorizzare l’ambiente naturale, sociale e umano della montagna e dei suoi abitanti. Se lo volete leggere lo potete trovare nella pagina “La mia Europa”.
10 maggio – Austria, l’importanza dei “vicini”
domenica, 10 maggio 2009I 27 giorni di campagna elettorale dedicati ai 27 paesi dell’UE cominciano in Austria, perché è il paese europeo più vicino alla terra in cui abito.
Bisogna cominciare dai “vicini” per conoscerli e costruire con loro la convivenza pacifica e giusta in cui amiamo vivere.
Trovo bellissimo il tema del “vicinato” e oggi un po’ dimenticato anche se le religioni ce ne ricordano l’importanza (il “prossimo”) e la vita sociale contemporanea non ne cancella la centralità: nella mia terra le vicinie sono ancora essenziali per la gestione del patrimonio comune delle acque e dei boschi, ma anche nel mondo anglosassone il vicino della porta accanto svolge un ruolo essenziale (“a chi lascio le chiavi di casa quando vado via e i miei familiari vivono a trecento miglia da qui?”).
Una delle cose più belle dell’Europa è il crollo della frontiera tra Italia e Austria. Una frontiera che stava dentro di noi. Mio nonno era compagno di scuola di Damiano Chiesa, uno degli irredentisti giustiziato con Cesare Battisti per alto tradimento. Da lui aveva imparato a suonare la chitarra. Damiano Chiesa era partito volontario per combattere con l’esercito italiano. Mio nonno figlio di una madre vedova che viveva di una pensione statale aveva avuto paura di ritorsioni. Così era finito Kaiserjäger, soldato nell’esercito austro-ungarico, a combattere in Friuli contro gli italiani. Chi oggi parla male dell’Europa non sa cosa essa voglia significare per le terre di confine. La possibilità finalmente di ricomporre identità composite senza far passare la guerra tra noi. Credo molto nella cooperazione trasnfrontaliera e nella possibilità di costruire “regioni” che scavalcano i confini nazionali. La regione che va da Innsbruck aTrento è una di queste.
L’Austria che voglio ricordare oggi non è quella delle sue città, di Vienna, porta sull’Oriente, o di Salisburgo o di Innsbruck, dove tanti anni fa ho fatto l’autista a Karl Rahner, ma è l’Austria del contadino Franz Jägerstätter, che si rifiutò di prestare servizio militare agli ordini di Hitler perché la sua coscienza gli impediva di collaborare alla politica nazionalsocialista, alle sue guerre di aggressione e alle sue pratiche di sterminio e per questo fu messo a morte.
Il tema dei “vicini” ci costringe a pensare a come l’Italia e l’Europa trattano i loro vicini. Una giornalista di Peace Reporter ha scritto un bel pezzo Il Parlamento Europeo approva il pacchetto asilo sulla differenza di approccio tra il Parlamento Europeo e il governo italiano nei confronti di coloro che chiedono asilo. Vi consiglio di leggerlo. Si capisce perché abbiamo bisogno di più Europa in Italia.
Sui temi europei ho trovato molto stimolante oggi l’articolo di Mario Monti sul Corriere della Sera Un patto (vero) per l’Europa.
Ieri i segretari del PD di Trento e di Bolzano hanno presentato la mia candidatura alla stampa che oggi ne dà notizia.
Domani sarò a Belluno a firmare il Patto per l’Europa della montagna alpina.
9 maggio, festa dell’Europa
sabato, 9 maggio 2009La festa dell’Europa ricorre oggi per ricordare il 9 maggio 1950 la dichiarazione di Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, uno dei padri fondatori dell’Europa:
“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.
Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. [...]
L’Europa non è stata fatta : abbiamo avuto la guerra.
L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.”
(per il testo completo vai a http://europa.eu/abc/symbols/9-may/decl_it.htm)
Questa mattina in una conferenza stampa i segretari del PD di Trento e di Bolzano hanno presentato la mia candidatura.
Sono contento che la presentazione sia oggi perché ho accettato questa sfida nel tentativo di proseguire la costruzione europea – che non si può fare “in una volta sola”, ma gradualmente – per noi, per la nostra regione, per il nostro Paese, per le generazioni future.
L’Europa è il nostro orizzonte geografico e mentale. In questo momento di crisi avvertiamo l’importanza di questo orizzonte di regole in campo finanziario ed economico, di rispetto dei diritti.
L’Europa deve fare però di più per tornare a mettere al centro il lavoro umano di fronte alla realtà di venti milioni di disoccupati nei paesi dell’Unione.
Ho accettato questa candidatura nel PD che è il partito che ho contribuito a fondare e che ha assunto il valore della democrazia e l’incontro tra le culture democratiche come valori primari. Il 9 maggio è anche l’anniversario della morte di Aldo Moro. Il 3 gennaio 1978 con altri amici trentini siamo andati a trovare Moro nella sua casa di montagna di Bellamonte e non ho più dimenticato la sua preoccupazione per il momento difficile e la tensione a costruire finalmente una democrazia realizzata in Italia attraverso l’incontro tra le culture democratiche. Quell’incontro si è realizzato in molti momenti, uno dei quali è anche il Partito Democratico, e la costruzione di questo incontro è passata attraverso lo sforzo e il sacrificio di molti. Tra questi Aldo Moro.
Ho accettato volentieri di farlo per la mia regione, perché le autonomie regionali possono respirare nell’orizzonte europeo, integrarsi in cooperazioni transnazionali, ma hanno bisogno di essere anche rappresentate direttamente in Europa. Per questo, nella mia regione, metto la mia candidatura a disposizione di tutti i cittadini della provincia di Trento e di Bolzano che ritengono essenziale una forte rappresentanza regionale a Bruxelles. Nel radicale rispetto delle scelte delle altre formazioni politiche, mi sento di rivolgere un forte appello a tutti i cittadini di questa regione che condividono l’esperienza del centro sinistra autonomista per dire rafforziamo insieme questo progetto in Europa attraverso questa candidatura che è a disposizione di tutti i democratici regionali. Dobbiamo farla sentire come candidatura territoriale e imparare dalla SVP che spiega ai suoi elettori che occorre non solo votare il simbolo ma indicare anche la preferenza sul nome su cui il partito converge, in questo caso sul mio nome. Sono il numero 13 nella lista del PD collegio del Nordest. Se tutti i trentini e i bolzanini scrivono il mio nome sulla scheda e a partire da oggi telefonano ai tredici amici che ognuno ha nel nordest (Emilia, Veneto, Friuli, Trentino Alto Adige) e spiegano loro il senso e i valori che intendo rappresentare il modello vincente del PD trentino potrebbe anche dar mostra di saper funzionare su scala non solo comunale e provinciale, ma potrebbe essere un esempio per il nordest. Spero che le molte persone che incontro e incontrerò nel Nordest in cui ho studiato e lavorato da Bologna a Padova al Friuli possano sentirsi rappresentati dalla mia sensibilità e dalle mie proposte.
A partire da domani la mia campagna in 27 giorni sarà dedicata ogni giorno a un paese dell’Unione e a una testimonianza significativa che ha contribuire a costruire l’Europa della libertà e delle differenze.
Sarà una campagna in tutto il Nordest per riflettere sull’Europa e sull’Italia,
una campagna sobria e rispettosa dell’ambiente (ho una macchina a metano e una moto elettrica),
una campagna su temi concreti come la cooperazione, l’università, il lavoro, i diritti con proposte concrete, una campagna che cercherà di tornare a parlare non solo alla pancia, ma anche alla testa e al cuore delle persone.
Sono fin d’ora grato a quanti di voi, amici vecchi e nuovi, vorranno accompagnarmi personalmente o con il loro pensiero in questo viaggio nel Nordest. Sarà comunque un’occasione di costruzione di un pezzetto di democrazia, al servizio della nostra terra.
In ricordo di Nino Andreatta
giovedì, 7 maggio 2009Oggi Trento, reduce da una bellissima vittoria del PD, ha ricordato Nino Andreatta, un altro “trentino” prestato all’Italia, come amava dire De Gasperi, e, si dovrebbe dire, a qualcosa di più dell’Italia
Invitati da Lorenzo Dellai lo hanno ricordato Enrico Letta, Giovanni Bazoli, Romano Prodi.
La sala “Depero” del Consiglio provinciale era affollatissima, piena non solo di autorità ma anche di tante persone che hanno conosciuto e ammirato Nino Andreatta, questo singolare intellettuale, geniale e semplice al tempo stesso, una delle figure più belle che il mondo democratico italiano ha avuto.
Ricordo la soggezione che avevamo quando lo ascoltavamo da giovani ai convegni della Lega democratica e poi della Rosa Bianca, quel suo strabiliare chi lo ascoltava volando mille miglia più alto dei suoi interlocutori, intrecciando le vicende italiane con quelle del mondo, la politica con la finanza, e noi con il naso all’insù a cercare di capire guardando dove lui voleva farci guardare.
Un uomo dalle eccezionali doti intellettuali dotato di un senso di rigore morale profondo, un modello di intellettuale prestato alla politica, capace di scelte coraggiosissime e solitarie per il bene del paese, profondamente credente ma dotato di un senso della laicità così forte da esigere da tutti il rispetto delle regole civili, anche dalle istituzioni ecclesiastiche nel loro operare nel mondo finanziario ed economico.
I ricordi dei relatori – le tre persone più legate al “professor Andreatta” – sono stati straordinariamente intensi e partecipati. Ed è anche questa una delle ragioni della forza del PD trentino e della coalizione di centrosinistra: non smettere di fare memoria delle figure più preziose della propria tradizione e della loro lezione – magari allora incompresa, ma oggi tremendamente attuale, nell’età del poco rispetto delle istituzioni.
Nel libro che racconta il suo legame con il Trentino (Giampaolo Andreatta, Nino Andreatta e il “suo” Trentino, Il Margine, Trento 2009) è riportato il discorso che Andreatta fece in piazza Duomo a Trento nel 1991 al funerale di Bruno Kessler. Le ultime parole sembrano dette non solo per l’amico scomparso con cui aveva condiviso la grande stagione del riformismo degli anni ’60, ma forse anche per se stesso: «Questo esempio di dedizione all’idea di crescita della comunità non sarà eredità facile da sopportare perché la lotta politica frantuma le intenzioni e ci vuole una storia, ci vogliono dei cromosomi, ci vuole testardaggine per tenere la barra diritta. Mio figlio, a cui comunicavo ieri la sua scomparsa, tacque per un poco, poi disse: “C’è un grande vuoto” e aggiunse: “Quando torneremo sul Brenta, se vedremo dei camosci, se vedremo un falco fermo nel cielo penseremo a lui, come momento di forza, di splendida forza quasi naturale”. È finito il momento degli elogi, ci separiamo da lui. E come gli imperatori austriaci quando entravano nelle cripte dei cappuccini e il sacerdote domandava “chi entra?”, non saranno gli elogi che abbiamo così poveramente cercato di dire ma sarà il coro nostro comune di peccatori che dirà “un peccatore nella misericordia di Dio”