Verità scomode troppo spesso soffocate dal crimine organizzato, da regimi politici dittatoriali, da conflitti armati, contesti violenti e governi che non rispettano lo stato di diritto.   Negli ultimi undici anni, secondo i dati dell’Unesco, sono stati assassinati 930 giornalisti, 102 nel corso del 2016, con la sola colpa di aver svolto il proprio lavoro per informare i cittadini. In media un giornalista ogni quattro giorni viene ucciso per essere messo a tacere per sempre.   Come se non bastasse nove crimini su dieci contro i giornalisti rimangono impuniti. Tutto ciò accade ovunque nel mondo, anche in Italia, ci sono ancora poche tutele per quanti cercano di raccontare la realtà senza sconti rischiando quotidianamente la vita. Non posso non andare con la mente a Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese che faceva parte anche del gruppo di giornalisti internazionali che hanno portato alla luce le rivelazioni sui Panama Papers vincendo il Pulitzer 2017 e che è stata recentemente uccisa con una bomba fatta esplodere nella sua auto. Unica colpa aver denunciato alla polizia le minacce ricevute dopo aver raccontato i legami tra il regime dell’Azerbaijan e il governo maltese, lo scandalo del petrolio e le tangenti tra il regime dell’Azerbaijan e Malta.  Ho voluto ricordare la giornalista maltese anche la scorsa settimana durante la presentazione del mio rapporto sull’anti corruzione in Italia, approvato negli scorsi mesi dall’Assemblea Parlamentare presso il Consiglio d’Europa.  Proprio recentemente l’Assemblea Parlamentare è stata coinvolta da accuse di corruzione mosse contro alcuni deputati membri che sarebbero stati influenzati dal governo dell’Azerbaijan e anche in questo caso il ruolo dei media è stato di fondamentale importanza nel portare alla luce i fatti. La giornata mondiale contro l’impunità per i crimini contro i giornalisti è stata istituita in memoria di due reporter francesi Ghislaine Dupont e Claude Verlon, uccisi in Mali nel 2013.
Il nostro impegno deve continuare anche nel chiedere che vengano rimessi in libertà i giornalisti imprigionati in Turchia così come in altri paesi. In questa direzione l’Assemblea Parlamentare presso il Consiglio d’Europa continua con fermezza a ribadire che il giornalismo investigativo e le denunce di irregolarità sono armi contro la corruzione, vanno sostenuti e protetti.

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