Sullo ius soli si andrà fino in fondo (pubblicato oggi sul quotidiano Trentino).

 

Che cosa è successo in Parlamento sul cosiddetto “ius soli”?

Dopo una discussione quasi ventennale sulla legge sulla cittadinanza, la Camera nell’ottobre del 2015 ha approvato un testo assai equilibrato che prevede, in sostanza, due nuovi meccanismi di acquisizione della cittadinanza per i minori.

In un primo caso si può diventare cittadini italiani se si nasce in Italia da genitori stranieri, dei quali almeno uno abbia un permesso di soggiorno di lungo periodo (legato a un reddito, a un alloggio, alla permanenza continuativa per almeno cinque anni, alla non pericolosità sociale). Si tratta, come si vede, di uno “ius soli” molto temperato e non certo equiparabile a quello vigente in altri Paesi (ad esempio negli Stati Uniti) dove la nascita nel territorio di quel Paese a qualsiasi titolo comporta l’acquisizione della cittadinanza.

In un secondo caso si può diventare cittadini italiani se si è nati in Italia o si è arrivati prima dei 12 anni e si ha frequentato regolarmente un percorso formativo di almeno cinque anni. È il cosiddetto “ius culturae” che riprende in modo originale quella bella tradizione italiana che vede l’identità del popolo italiano fatta non da un elemento “materiale” (biologico o geografico, insomma il sangue o il suolo), ma da un elemento “spirituale”, ossia la partecipazione a un comune patrimonio culturale. Qualcosa di molto più impegnativo che non frequentare un corso di lingua o acquisire nozioni sulla Costituzione italiana, visto che si tratta di una lunga e intensa immersione nelle nostre istituzioni scolastiche ed educative. Si tratta di una misura, come in tanti hanno detto, rivolta ai ragazzi e alle ragazze già presenti nelle nostre scuole che condividono in tutto e per tutto la vita dei loro coetanei e che attendono questa possibilità di una più forte integrazione.

Questa soluzione è stata approvata dalla Camera con i voti di tutta la maggioranza politica e dunque non solo del PD, ma anche del partito di Alfano, dei centristi, nonché dei nostri autonomisti, senza che siano state sollevate in quella sede obiezioni di principio.

Oggi assistiamo a una deplorevole presa di distanza da parte di alcune forze. La posizione di Alfano è chiara. La sua collocazione nel centrodestra lo porta a posizionarsi su questo tema dalla stessa parte di Lega, Forza Italia, M5S nella speranza di raccattare qualche voto.

Meno spiegabile e del tutto non accettabile è la posizione degli autonomisti. Hanno sostenuto nel 2013 la coalizione Italia Bene Comune che aveva questa misura come uno dei punti fondamentali. Hanno votato nel 2015 il provvedimento alla Camera senza esprimere fondamentali perplessità. Ora rivendicano addirittura il merito di aver contribuito alla sospensione della discussione in Parlamento.

Le ragioni per cui il Presidente del Consiglio Gentiloni ha deciso di rimandare l’esame del disegno di legge a settembre non hanno nulla a che fare con le obiezioni degli autonomisti. Gentiloni lo ha detto chiaramente: l’impegno del Governo su questo provvedimento, considerato giusto ed equilibrato, rimane immutato e il Governo, se necessario, porrà la questione di fiducia. Ma la porrà in autunno perché se ora, per la irresponsabilità di alcune forze il Governo dovesse cadere, ci troveremmo ad affrontare la delicata trattativa con Bruxelles sulla legge di bilancio con un Governo sfiduciato, cosa che non giova a nessuno.

Il PD ha accettato questo spostamento della discussione in autunno per senso di responsabilità, non certo perché intende mettere in discussione un provvedimento che da molti anni si attende come una misura di giustizia. E in autunno andrà fino in fondo nell’attuazione di un programma votato dagli elettori nel 2013. È bene che tutta la coalizione del centrosinistra autonomista si ritrovi per capire ora se la convergenza del 2013 e del 2015 sui valori fondamentali è ancora viva.

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