Mercoledì 16 marzo sono intervenuto in Aula in occasione delle Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016

 

Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghe e colleghi, non è un momento facile quello in cui si colloca questo Consiglio europeo. Siamo ancora una volta di fronte alla più grande tragedia umanitaria dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, rappresentata dall’ondata di migranti e profughi che, come ha detto bene il Presidente del Consiglio, sta interessando tutti i continenti e l’Europa solo in piccola parte.

E di fronte a questa situazione le autorità politiche sovranazionali, le uniche che dovrebbero essere in grado di mettere in atto provvedimenti efficaci, sembrano sorde e incapaci di reagire. E per questo sosteniamo con forza l’azione del Governo italiano nel continuare a insistere e ad esigere un’assunzione di responsabilità in primo luogo dall’Unione europea. Dobbiamo, però, riconoscere che sembra quasi che non ci sia argomento capace di smuovere l’inerzia e la chiusura. Gli argomenti ideali: il richiamo alla solidarietà, alla protezione degli inermi, che sono alla base dell’Unione europea; gli argomenti giuridici: il diritto di asilo sta nelle convenzioni internazionali, nelle nostre Costituzioni. La Convenzione europea dei diritti umani obbliga ogni Stato membro, 47 Paesi, a difendere i diritti di tutte le persone, cittadini, stranieri, arrivati per caso sul loro territorio e a non respingere senza aver esaminato attentamente la loro richiesta nessun richiedente asilo.

Eppure, si continua a morire nelle acque europee. Sul territorio europeo sono 10 mila i bambini che sono scomparsi. E, come è stato ricordato, continuiamo a vedere persone nel fango e in condizioni disumane. C’è qui un’evidente incapacità di rispettare quel principio fondamentale che è la responsabilità di proteggere, che è quello con cui noi spesso giudichiamo e condanniamo altri Stati all’esterno dell’Europa.

Non muovono più perfino gli argomenti emotivi, le immagini dei bambini che avevano scosso quando morivano sulle spiagge. E perfino gli argomenti razionali. Basterebbe leggere i rapporti del Migration Policy Centre dello European University Institute di Firenze che si potrebbero regalare ai nostri colleghi europei e che ci dicono che dal punto di vista demografico il nostro continente non è in grado di reggere il suo sistema produttivo e il suo sistema di welfare se non aumenta il numero di migranti presenti sul territorio europeo. E varrebbe la pena ricordare che l’anno scorso il nostro Paese, tra migranti ed immigrati, ha avuto un saldo negativo. Tutto questo dovrebbe far riflettere.

Non sono argomenti impopolari, ma si faccia l’esperimento mentale di pensare che cosa succederebbe se domani su tutto il continente europeo noi ricevessimo la telefonata dei nostri amici immigrati che stanno sui nostri continenti, che lavorano come ricercatori, medici, infermieri, assistenti, addetti alle pulizie e ci dicessero: siamo diventati per voi un problema e domani mattina partiamo. Che cosa succederebbe a questo continente se tutti assieme se ne andassero perché in Australia, negli Stati Uniti o in Canada trovassero delle condizioni migliori ? Si faccia almeno questo esperimento mentale.

Allora, questa sordità va scossa con una forte iniziativa politica in sede comunitaria, ma anche – lo voglio dire – con forti iniziative bilaterali e di mobilitazione della società. È giusto che si muova il Governo, ma deve muoversi anche il Parlamento, come bene ha fatto la Presidente Boldrini con la sua iniziativa che chiede una maggiore integrazione europea e lo stesso dovrebbe fare la società civile. La posta in gioco non è solo il rispetto delle persone in fuga, ma è il futuro dell’Unione europea. Com’è stato detto, l’Europa è rispetto dello Stato di diritto, dei diritti umani, della democrazia o non è Europa. E bene ha fatto il Governo italiano, a partire dal semestre italiano di Presidenza europea che ha posto le basi per l’azione attuale, a ricordare che noi non possiamo accettare violazioni dei diritti delle persone.

Nel caso della Turchia, io devo anche ricordare che ci sono zone, nel sud-est della Turchia, in cui è stato imposto il coprifuoco e in cui non c’è possibilità di accesso alle cure mediche per le comunità sottoposte al coprifuoco. Non possiamo accettare le compressioni di libertà di opinioni e di stampa, l’indebolimento della divisione dei poteri. Sul territorio europeo vediamo anche la compressione dell’indipendenza della magistratura e delle supreme corti.

Quindi, va ripreso il cammino di costruzione dell’Europa come comunità politica basata sui diritti umani e sullo Stato di diritto. Per questo è cruciale il nodo della cittadinanza e dell’asilo europeo. Non è un caso che Schengen sia andato in crisi di fronte alla questione dei profughi, perché cittadinanza e asilo si tengono assieme nella storia. E noi dobbiamo ribadire che va mantenuto Schengen e cambiato Dublino e non va fatto l’opposto, ossia mantenuto Dublino e cambiato Schengen. In questo senso, l’iniziativa del Governo è cruciale.

Su questo terreno c’è già un’iniziativa importante italiana, che è diventata europea a Strasburgo, nel Consiglio d’Europa, con l’approvazione di un rapporto sulla revisione di Dublino, con la continua richiesta e l’impegno del Governo italiano in sede comunitaria. In questi giorni, anche nel Parlamento europeo ci sarà un rapporto della nostra collega Kyenge per richiedere e definire proprio la revisione di Dublino sui punti che sono ormai acquisiti: status europeo di rifugiato, come previsto dai trattati, con il mutuo riconoscimento; gestione comune dell’emergenza, delle coste, delle frontiere; gestione comune dell’accoglienza, secondo quote e con riguardo anche alle preferenze delle persone; gestione comune dei rimpatri dei non aventi diritto. Ma tutto questo richiede una forte governance democratica, come è stato detto.

E qua dobbiamo ragionare anche sui temi che ci ha posto il Regno Unito. Forse noi dobbiamo ragionare di nuovo sulla centralità del principio di sussidiarietà all’interno della nostra costruzione europea, perché forse abbiamo ecceduto culturalmente e teoricamente in un certo paradigma centralista e statalista. Dobbiamo, invece, ripensare a questo forte elemento di pluralismo come fattore della governance, con un terreno comune di diritti e di regole, ma, al tempo stesso, con una responsabilizzazione di tutti i livelli di governance, dal più piccolo, dalle autonomie locali a quello nazionale ed europeo.

Infine, non è un caso che il tema delle migrazioni sia associato al tema della crescita. È importante. Se noi guardiamo ai fenomeni di razzismo e di intolleranza dell’Ottocento, ci chiediamo: perché sono nati ? Perché si diffondevano le ideologie della decadenza. Era la decadenza dell’Europa, che si sentiva morire, che pensava di essersi ammalata perché arrivavano dall’esterno delle infezioni. Per questo abbiamo visto le ideologie dell’igiene razziale sorgere sul territorio europeo. Quindi, noi dobbiamo sconfiggere questa idea della decadenza, della mancanza di futuro con politiche di crescita. Ma qui servono forti investimenti pubblici, investimenti in cultura e in ricerca.

Mi permetto di ricordare al Presidente del Consiglio, che sappiamo impegnato su questo terreno, quanto sia importante, per il nostro Paese e per il continente europeo, l’investimento in cultura, in scuola e in ricerca scientifica. Ancora – e concludo – ha richiamato, giustamente, il tema di questo giovane che si è lasciato prendere dall’ideale sbagliato, ma pur sempre ideale, ed è divenuto un foreign fighter. Noi dovremmo combattere il terrorismo sullo stesso terreno degli ideali, rilanciando di nuovo buone idee per cui dare la vita, per evitare che altri abbraccino ideali negativi e sacrifichino i loro anni migliori a questo.

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