Sul 2 per mille al PD (pubblicato sul Corriere del Trentino il 20.10.2015)

 

Qualche settimana fa nel corso di un’intervista al Corriere ho avanzato l’ipotesi di valorizzare sul piano politico il ruolo dei 549.196 cittadini che, nell’ultima dichiarazione dei redditi, hanno deciso di attribuire al Partito Democratico il 2 per mille delle imposte da loro dovute. Tale ipotesi ha suscitato alcune riflessioni interessanti sul tema ad opera di Roberto Pinter, Giovanni Pascuzzi, Stefano Zambelli, Giancarlo Gallerani che esigono un chiarimento.

Sgombriamo anzitutto il campo da un equivoco. La mia proposta – come si evince dal virgolettato correttamente riportato dal giornalista – è quella di “valorizzare” il ruolo dei contribuenti, non certo quello di affidare a loro il potere esclusivo di eleggere gli organi interni del partito.

È evidente: sarebbe davvero singolare escludere dall’esercizio dei diritti politici all’interno di un partito che si dice “democratico” coloro che, in ragione della loro condizione sociale, non fanno la dichiarazione dei redditi (o perché giovani o perché al di sotto di una determinata soglia). Vorrebbe dire che il PD è meno democratico della Repubblica italiana che invece concede – giustamente – il diritto di voto anche a coloro che non compilano la dichiarazione dei redditi! E sarebbe in manifesta controtendenza rispetto a quanto fatto dal PD fino ad ora con le primarie, quando – a torto o a ragione – si è allargata la platea degli elettori oltre i confini della cittadinanza politica consentendo anche ai sedicenni e agli stranieri di partecipare. Dunque una evidente assurdità.

Se il punto contestato è questo, si tratta di un equivoco: nessuno ha intenzione di escludere dalla decisione giovani o percettori di redditi bassi, al contrario, bisogna fare molti più sforzi per coinvolgerli di quanto si faccia adesso. Né nessuno pensa di eliminare la tradizionale iscrizione al Partito (ricordo per altro che questa comporta, secondo le regole vigenti, il versamento di una quota).

Tutti però concordano nel ritenere che la base degli iscritti dei partiti si è negli anni progressivamente assottigliata. Oggi rappresenta nel PD un gruppo ristretto tra il 3% e il 5% dell’elettorato. Non solo. Non è solo un fatto quantitativo. È almeno dal ’68 che attori politici e osservatori sottolineano come il moderno protagonismo politico dei cittadini non si esprime più solo nell’iscrizione al partito, ma in una serie di forme diverse di militanza e partecipazione che i partiti devono sapere interpretare e raccogliere pena il loro allontanarsi dalla società.

L’Ulivo prima e il PD dopo hanno capito questa trasformazione e hanno cercato di aprirsi al loro elettorato riuscendo a coinvolgere con lo strumento delle primarie non il 3%, ma, in alcune occasioni, fino al 30% del proprio elettorato. In tutta Europa hanno guardato con grandissimo interesse a questo tentativo che ha avuto grande successo anche se, come sempre accade in politica, vi sono stati anche momenti di difficoltà e di caduta.

Ora, pensare di tornare indietro vuol dire essere miopi. Oggi le forme di impegno e partecipazione politica continuano a cambiare e il compito è proprio quello di affiancare alla tradizionale ed essenziale struttura di soci, forme diverse di coinvolgimento dei cittadini. In questo contesto sarebbe davvero paradossale se di fronte al dato inatteso di mezzo milione di cittadini che decidono di sostenere il PD con il due per mille e che dunque sono a tutti gli effetti “sostenitori” del PD, noi chiudessimo loro la porta per paura del rischio della “plutocrazia”. I Verdi tedeschi chiedono regolarmente ai loro iscritti il versamento dell’1% (!) del loro reddito (salvo situazioni di difficoltà) e nessuno ha mai pensato di accusarli di “plutocrazia”.

Dunque i “sostenitori” del due per mille sono certamente una risorsa da valorizzare anche sul piano politico. Il versamento del due per mille, fra l’altro, è assai meno manipolabile di una tessera (che si può anche pagare ad altri) o di una partecipazione alle primarie. È un atto personalissimo che difficilmente si può “comprare”.

I “sostenitori”, presentando una copia della loro dichiarazione, dovrebbero certamente poter fruire del diritto di partecipare alla scelta dell’indirizzo politico e all’elezione delle cariche nazionali e regionali. Questo diritto, attualmente, è riconosciuto a tutti gli elettori, ma, nella revisione dello Statuto, l’elezione delle cariche interne a livello regionale potrebbe venire riservata ai soli iscritti. Non so se questo sia davvero auspicabile – e per questo mi auguro una discussione approfondita in sede nazionale e anche locale stante l’autonomia statutaria di cui gode il PD del Trentino –, ma, se ciò dovesse avvenire, sarebbe almeno essenziale valorizzare i “sostenitori”, con la costituzione di un apposito Albo e attribuendo anche a loro la facoltà di eleggere le cariche interne. Non si vede perché, data questa inaspettata apertura di fiducia da parte di mezzo milione di cittadini, non si dovrebbero pensare meccanismi adeguati per farli partecipare alla vita del partito e ad alcune scelte importanti, accanto agli iscritti e sperando che divengano iscritti. In fondo il potere del contribuente è davvero un potere reale nelle mani del cittadino: i sostenitori delusi dalle politiche del proprio partito potrebbero concretamente far sentire il loro disagio smettendo di sostenere il partito. E per questo è utile anche al PD ascoltare la loro voce e renderli partecipi delle proprie scelte.

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