Giovedì 1 ottobre sono intervenuto in Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa in occasione del dibattito sul futuro del Consiglio d’Europa

 

Grazie Presidente.

Care Colleghe e Colleghi, vorrei utilizzare questo momento del dibattito libero per invitare l’Assemblea a una riflessione sul ruolo del Consiglio d’Europa in questa fase straordinaria che stiamo vivendo. Sarebbe opportuno se nel corso della prossima sessione plenaria noi trovassimo lo spazio per una riflessione ampia sul ruolo e la funzione che, secondo i nostri gruppi politici e secondo i nostri paesi, il Consiglio d’Europa deve svolgere. Perché siamo di fronte a una fase nuova. Abbiamo chiuso la fase iniziale del Consiglio d’Europa con la costruzione di una cornice giuridica e di istituzioni comuni: il 4 novembre ricorre il sessantacinquesimo anniversario dalla firma della Convenzione europea sui diritti umani.

Con il 1989 si è aperta una seconda fase del Consiglio d’Europa che ha visto l’allargamento di questa cornice giuridica e delle sue istituzioni. Oggi siamo in una situazione di crisi in cui temiamo di perdere qualche Stato membro di questa istituzione. Temiamo anche che il nostro standard di rispetto dei diritti umani si possa abbassare. Temiamo di retrocedere anziché avanzare. E a questo noi dobbiamo reagire con forza e dobbiamo per questo riproporre in questa terza fase il ruolo del Consiglio d’Europa. Dopo aver costruito la cornice giuridica, dopo averla allargata a territori più ampi, dobbiamo acquisire la dimensione della profondità, far scendere questi valori dentro le coscienze dei nostri cittadini, dentro noi stessi, dentro la nostra società.

Dentro ai nostri paesi c’è ancora paura dei nostri valori, c’è paura della libertà, si teme che la libertà di pensiero possa produrre dei risultati negativi, si mettono giornalisti attivisti in prigione pensando così di dare dimostrazione di forza e non di debolezza, ma sono episodi falliti nella storia d’Europa. Abbiamo paura dell’uguaglianza, come se attribuire pari diritti a tutti volesse dire togliere qualche cosa a noi. Abbiamo paura della fraternità, come se ricordarci che la vita umana sulla terra dipende da un minimo di solidarietà fosse qualche cosa di pericoloso.

E poi, dobbiamo definire qual è lo spazio che vogliamo che la nostra organizzazione occupi. Ho sentito con piacere che qui si vuole riaprire un dialogo con la Russia. Noi dobbiamo decidere se vogliamo restare impegnati per la costruzione del sogno paneuropeo o se vogliamo metterlo in discussione. Ancora dobbiamo rilanciare la democrazia a livello internazionale. Siamo bravissimi a misurare la democrazia interna ma dobbiamo impegnarci per democratizzare l’Europa, la governance dell’Europa e la governance del mondo. E ancora dobbiamo confrontarci con le nuove sfide, quelle che ogni giorno la cronaca ci pone e di cui abbiamo parlato: la tragedia dell’emigrazione e così via, ma anche la questione ambientale. La sfida del clima. Ci sarà a Parigi un’importante conferenza e la nostra organizzazione deve essere presente perché oggi anche le questioni ambientali toccano i diritti umani. Ci sono persone che non hanno accesso all’acqua, all’aria, alle risorse fondamentali.

Concludo. Io penso che noi non dobbiamo avere paura del futuro. Noi dobbiamo avere coraggio, forti di questi principi e di questi ideali. Non abbiamo poteri coercitivi, ma abbiamo il potere della coscienza che muove la storia. Ce lo ricordano proprio le vittime delle violazioni dei diritti umani, le persone che fuggono, le donne che subiscono violenza e che hanno il coraggio di denunciare la violenza. Le persone che hanno il coraggio di dire il loro orientamento religioso o non religioso, di opinione o sessuale in un ambiente ostile. Questo è il coraggio che noi dobbiamo onorare e che ci darà la forza di essere all’altezza di una terza fase del Consiglio d’Europa.

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