Niente riforme senza rispetto delle norme UE (pubblicato oggi sul quotidiano l’Unità)

 

Nell’acceso dibattito sulla riforma del Senato il grande assente continua a rimanere il rapporto del nostro ordinamento con l’ordinamento dell’Unione Europea. A parte poche eccezioni, tra le quali le sempre acute osservazioni di Andrea Manzella, il tema pare non interessare. Eppure dovrebbe essere il tema dei temi. Eppure il nostro Paese dovrebbe essere in prima linea a dire la sua in un momento in cui si è avviata in tutto il continente – finalmente! – la discussione sulla riforma della governance europea. Questo dovrebbe essere momento unificante posto che tutti – da destra a sinistra – sono concordi nel dire che le questioni politiche del momento dipendono dall’Europa: politiche di sviluppo, gestione dei flussi migratori, politiche di accoglienza, politiche fiscali, sicurezza e politica estera, eccetera. Le buone idee non mancano anche nel mondo intellettuale democratico italiano come dimostra il bel libro di Sergio Fabbrini Which European Union?

Dunque la vera questione democratica oggi non è l’elettività o meno dei senatori, ma come aumentare il potere dei cittadini di incidere sul loro destino comune e dunque sulla governance europea. Se non ci sarà l’implosione dell’Europa, cosa che nessuno si può francamente augurare, lo scenario politico del futuro è uno solo: volenti o nolenti e a dispetto degli euroscettici, l’Europa aumenterà la propria soggettività politica. In tale soggettività vogliamo che i nostri cittadini contino di più o di meno? O forse i progressisti vogliono ripiegare le bandiere dell’europeismo e regredire al buon vecchio orizzonte nazionale nell’illusione che meglio difenda i diritti sociali?

Cento anni fa, il 23 agosto 1915 Lenin pubblicava un articolo dal titolo Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa  in cui per la prima volta avanzò l’ipotesi del “socialismo in un solo Paese”. L’idea politica degli Stati Uniti repubblicani d’Europa – scriveva – in sé sarebbe un’ottima idea, ma in regime capitalistico si trasformerebbe in un’idea reazionaria. Di qui l’impegno a fare la rivoluzione in alcuni Paesi o anche “in un solo Paese” per poi esportarla nel resto d’Europa e del mondo. Per questo giungeva alla conclusione che la “parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa è sbagliata”.

A distanza di cento anni, di due guerre mondiali, della tragedia dei totalitarismi, del rischio di un nuovo risveglio dell’egoismo nazionale – vero demone d’Europa – la parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa è invece la parola “giusta” e bene ha fatto la Presidente Laura Boldrini a rilanciarla assieme ad altri presidenti di parlamenti europei. Perché proprio su questa frontiera si gioca oggi la possibilità di una nuova stagione della sovranità popolare di cui i parlamenti nazionali sono i custodi.

Su questo il PD dovrebbe ritrovare la propria unità: su una visione complessiva della “questione democratica” che dal livello locale abbracci il livello internazionale e che oltre le istituzioni si allarghi a definire il ruolo di cittadini, partiti, movimenti, mezzi di informazione nella società di oggi. Dentro questo orizzonte internazionale si vedrà che Senato non elettivo delle Regioni e legge elettorale con rafforzamento effettivo del potere di indirizzo dei cittadini – come già intuito con chiarezza nei programmi dell’Ulivo di vent’anni fa – non sono un attentato alla democrazia, ma un tassello fondamentale per il suo rafforzamento.

Riforma Boschi e Italicum vanno in questa giusta direzione e vanno portati a termine nella loro forma attuale. Miglioramenti su questioni importanti come il rapporto con l’UE e il rapporto Stato-Regioni sono certo possibili e doverosi, ma si potranno introdurre in un secondo momento quando almeno la cornice dell’ordinamento sarà definitivamente delineata dalle Camere e dal voto popolare. Non si sottovaluti il fatto che il superamento del bicameralismo paritario esige un adeguamento dei regolamenti delle Camere e della legislazione da far tremare le vene ai polsi, ci vorrà tempo, competenza, passione e lealtà ancora maggiori. Per questo non possiamo permetterci di sfinire le nostre istituzioni in un logoramento interno nel momento in cui dovremmo invece fare ogni sforzo per armonizzarle con l’ordinamento esterno.

Questo è il vero patto per la democrazia in Italia e in Europa che deve e può ora riunire tutto il PD in una vera sintesi politica. Se, come da ogni parte si dice, il cuore della questione non è la lite interna ma la questione della democrazia, ossia del potere di ogni singola persona di determinare assieme agli altri il destino comune, si vedrà che i luoghi di tale sfida sono più ampi dell’art. 2 e alzando lo sguardo e aprendosi altri orizzonti, si potrà, insieme, proporre al Paese e all’Europa una prospettiva ideale e politica capace di unire i democratici e di appassionare i cittadini: quella, appunto, di un rinnovato europeismo democratico.

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