Signora Presidente, signor Ministro, colleghe e colleghi, le parole del Ministro Gentiloni esprimono, con grande chiarezza, le linee fondamentali della nostra politica estera o, come ci piace dire, della politica interna del mondo, perché forse il primo sforzo che dovremmo compiere è proprio quello di spostare il nostro sguardo dall’ossessiva autocontemplazione di sé e dei nostri problemi all’orizzonte largo di quelle questioni che, alla fine, interessano e incidono sulla nostra vita.

In particolare, ci ritroviamo nella cifra fondamentale di queste linee, che si può condensare in una forte ispirazione europeista. Per noi europeismo vuol dire primato dei diritti delle persone di fronte al terrore e alla violenza. Abbiamo visto tagliare le teste, un simbolo non solo dell’estrema violenza sui corpi ma anche un’espressione della violenza sulle menti, sulle anime, su quello che ci fa diversi dalle bestie feroci e che, non a caso, si accompagna alla violenza sulle opere d’arte, sul patrimonio dell’umanità, quasi si volesse sradicare d’un colpo tutto ciò che è stato il meglio di ciò che noi abbiamo cercato di essere. Su questo non dobbiamo arretrare di un millimetro e dobbiamo contrastare con forza la violenza ma, al tempo stesso, non dobbiamo smarrire in questa lotta la nostra umanità, perché anche nella lotta alla violenza, anche nella lotta al terrorismo, anche nella lotta per una buona causa non dobbiamo smarrire il rispetto per le persone, per le libertà civili fondamentali, per la pietà, e che per questo dobbiamo continuare a difendere e a soccorrere.

Ci ha fatto piacere sentire ciò che ha affermato il Ministro; che non ci giriamo dall’altra parte nel mare Mediterraneo e forse anche su questo dobbiamo intensificare la nostra battaglia in Europa, chiedendo più solidarietà, più cooperazione e affrontando anche con coraggio i necessari cambiamenti degli strumenti che ci siamo dati. Penso al regolamento di Dublino per la gestione dei rifugiati, che richiede, come è stato proposto da più parti, una rivisitazione per il rispetto delle persone e anche per dare corpo alla solidarietà europea. La difesa della persona è difesa anche della sua libertà. Europeismo vuol dire battersi non solo per la nostra libertà, ma per la libertà degli altri, di coloro che la pensano diversamente da noi, volere la libertà di chi la pensa diversamente da noi. Europa è una concezione della vita collettiva plurale e laica e la reazione straordinaria agli attentati di Parigi è la cifra di ciò che l’Europa vuole continuare ad essere per sé e per tutto il mondo. Europeismo vuol dire anche primato del diritto delle istituzioni e su questo la politica italiana deve continuare a volere sottomettere il potere politico alla giustizia anche nel campo difficile delle relazioni internazionali.

Abbiamo apprezzato la riaffermazione del principio che ogni intervento va fatto nella cornice non solo di ciò che prevede la nostra Costituzione, ma di ciò che prevede il diritto e la migliore dottrina internazionale, anche in materia di intervento umanitario. La via italiana deve rimanere la via del diritto e delle organizzazioni internazionali, con realismo, ma anche con determinazione, per renderle più democratiche. E per questo vogliamo un Europa più politica, vogliamo non smettere di batterci per gli stati uniti d’Europa, per più politica estera comune, per un sistema di difesa europea.

Europeismo vuol dire non smarrire la grande conquista e la grande lezione del secondo dopoguerra. Dopo il 1989 abbiamo compiuto un miracolo, di ricostruire uno spazio europeo con l’Europa orientale e con la Russia. Questa Europa allargata non va smarrita. Guai a noi se ricostruissimo il muro di Berlino un po’ più a oriente. Noi dobbiamo stare dentro il Trattato di Helsinki, dentro la Carta di Parigi, dentro quel quadro di organizzazioni internazionali che abbiamo allargato, come il Consiglio d’Europa, come l’OSCE, dentro un forte dialogo tra la NATO e la Russia. E la fermezza sui principi deve accompagnarsi al riconoscimento dell’alterità, degli altri interlocutori, dei più piccoli che si vedono minacciati, ma anche dei più grandi che hanno i loro interessi.

Questa conquista è stata possibile grazie ad una grande strategia che l’Europa ha perseguito nel secondo dopoguerra, dopo le crisi della guerra fredda, e che si chiama Ostpolitik, che ha visto in Willy Brandt un grande artefice e significa strategia della distensione. La Germania sta andando in questa direzione e noi dobbiamo restare fedeli a questa forte ispirazione: fermezza sui principi, ma guai a noi se incriniamo questo grande spazio europeo che abbiamo costruito.

Infine, Europa vuol dire una strategia comune nel Mediterraneo. Bene la solidarietà sui profughi, bene il coinvolgimento della NATO, ma abbiamo bisogno anche di un’azione di forte cooperazione economica, di un piano Marshall, quello che abbiamo detto più volte. In fondo i vincitori della seconda guerra mondiale hanno favorito la transizione dai regimi autoritari alle democrazie con un piano Marshall, un forte piano di sviluppo economico e sociale. Non c’è tutela dei diritti umani e della democrazia senza uno sviluppo anche delle condizioni materiali, perché i diritti umani sono indivisibili, come ha detto l’ONU nel 1948 e ribadito nella Dichiarazione di Vienna. Non c’è possibilità di avere libertà civili e politiche senza accesso alla salute, al lavoro, alla casa, ad una piena dignità. Dentro questa cifra di una forte cooperazione con il sud dobbiamo condurre anche la nostra politica internazionale.

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