Michele NICOLETTI (PD), premesso che svolgerà dapprima alcune considerazioni di metodo, per passare poi al merito, sottolinea in primo luogo con favore il ritorno ad una legge elettorale di natura pattizia, riferendosi alla proposta di riforma approvata dalla Direzione nazionale del suo partito a seguito dell’accordo raggiunto tra il segretario del partito e il leader di Forza Italia. Con ciò si torna alla fisiologia delle leggi elettorali, che una volta erano deliberate a larga maggioranza – questo è stato il caso della legge proporzionale in vigore fino al 1993, come pure della legge Mattarella – e si interrompe la serie inaugurata dalla legge vigente – dichiarata incostituzionale – che è stata adottata a maggioranza di Governo.
La seconda considerazione di metodo attiene al nesso tra la legge elettorale e le riforme istituzionali. Non si tratta, a suo avviso, soltanto di superare il bicameralismo perfetto – nell’auspicio che il voto possa produrre una maggioranza parlamentare solida e omogenea – ma anche di rivedere i meccanismi di garanzia. Le Camere infatti hanno non solo una funzione di indirizzo e di controllo, ma anche di elezione di fondamentali figure di garanzia – il Presidente della Repubblica e una quota dei giudici della Corte costituzionale – nonché di revisione della Carta stessa, ai sensi dell’articolo 138 della medesima. Ciò impone una particolare attenzione alla costruzione di maggioranze parlamentari attraverso meccanismi premiali.
La terza considerazione di metodo è che occorre, a suo giudizio, tenere presente che le istituzioni di un Paese sono strettamente legate alla sua storia e quindi le riforme non possono essere frutto di una modellistica astratta, ma devono tenere conto dei principi ideali, così come dell’umanità concreta e dunque della realtà storica, delle tradizioni di pensiero, delle forze in campo, dei costumi, della cultura politica del Paese cui si riferiscono. Questa è la lezione metodologica della migliore tradizione politico-giuridica italiana: quella che ha prodotto la Costituzione.
Nell’accordo politico che si prospetta sulla legge elettorale si ritrovano molti motivi e molte soluzioni prospettate dalla Commissione Bozzi, che per prima ha affrontato i nodi istituzionali irrisolti. Lì negli interventi di studiosi come Ruffilli, Pasquino, Andreatta si trova l’idea di coniugare la pluralità del panorama politico italiano (considerata come una ricchezza) con l’esigenza della governabilità. Questo si può fare attraverso meccanismi che favoriscano il formarsi di coalizioni e dunque il formarsi di maggioranze parlamentari decise non dalle trattative tra i partiti ma dal cittadino stesso, a cui va restituito il ruolo di vero «arbitro» della democrazia (Ruffilli) o, per dirla con formula ancora più forte di Gianfranco Pasquino (che in Commissione Bozzi assieme ad altri come Nino Andreatta propose il «doppio turno di coalizione»), lo scettro del sovrano.
Passando alle osservazioni di merito, rileva che l’accordo raggiunto prevede l’attribuzione dei seggi su base proporzionale sulla base del calcolo dei voti ottenuti dalle liste e dalle coalizioni a livello nazionale. Si tratta di una scelta che riafferma la storia politico-istituzionale italiana, nella quale i grandi partiti popolari hanno avuto la funzione di rispecchiare la pluralità ideale – intesa come ricchezza – presente nella società, di operare una sintesi ideale rispetto a logiche particolaristiche, che in Italia rischiano derive territorialistiche.
La pluralità non deve, d’altra parte, ovviamente, diventare frammentazione: dunque ben vengano i premi di coalizione e le soglie, nell’ottica però di un bilanciamento delle esigenze, e non di una compressione dei diritti politici.
Quanto ai premi di coalizione, occorre partire dal fatto che la maggioranza parlamentare deve poter esercitare concretamente la funzione di indirizzo. Rafforzare la maggioranza di coalizione non rappresenta una deriva presidenzialistica, come alcuni temono. Al contrario, debole è un Parlamento frammentato nel quale la formazione delle maggioranze sia abbandonata alla mutevole volontà dei partiti. D’altra parte, se si usa il premio di maggioranza per rafforzare la stabilità di governo, bisogna trarne le conseguenze sul piano degli organi di garanzia di elezione parlamentare, a cominciare dal Presidente della Repubblica e dai giudici della Corte costituzionale eletti dal Parlamento.
Quanto all’intesa sul doppio turno, si tratta, a suo avviso, di un’intesa importante, che salvaguarda l’«uguale» peso che ogni voto deve avere in una competizione democratica. Il doppio turno non è contro nessuno: basti pensare a quel che accade a livello di enti locali, dove il doppio turno non impedisce a partiti diversissimi, come Forza Italia e il Movimento 5 Stelle, di vincere le elezioni, e di farlo sulla base della capacità di convincere la maggioranza degli elettori.
Quanto alla soglia del 35 per cento, condivide l’intervento del presidente Balduzzi, nutrendo al riguardo dubbi di costituzionalità. A suo avviso, sarebbe stata preferibile una soglia del 40 per cento. In ogni caso, ritiene importante una riflessione su questo punto, nella consapevolezza che il doppio turno potrebbe risolvere i dubbi di costituzionalità di premi di maggioranza con effetti potenzialmente distorsivi.
Quanto alla soglia di sbarramento, ritiene giusto disincentivare la frammentazione e favorire l’aggregazione, ma questo deve avvenire non solo, per così dire, «in entrata», ma anche «in uscita». Non basta che la legge elettorale disincentivi la frammentazione, occorre che i regolamenti parlamentari rendano poi impossibile la creazione di gruppi parlamentari che non siano il frutto di una competizione elettorale. L’assenza di vincolo di mandato del parlamentare è infatti a tutela della sua funzione di rappresentante della Nazione e della sua coscienza e non può essere uno scudo per il perseguimento di finalità aggregative o disaggregative di soggetti collettivi non sottoposte al vaglio del voto popolare. Una volta però garantito il premio di governabilità alla maggioranza, occorre fare in modo di non comprimere una opposizione plurale, come suggerito anche dalla sentenza della Corte costituzionale sulla legge Calderoli. La funzione del sistema proporzionale è d’altra parte proprio quella di dare rappresentanza alle idealità diverse, di integrare nelle istituzioni forze sociali e nuovi movimenti che si affacciano alla vita politica. A parte le minoranze politiche, occorre poi tutelare le minoranze etniche e linguistiche, e questo anche in considerazione del fatto che una semplificazione eccessiva del quadro politico potrebbe incentivare l’astensionismo, il che va evitato anche perché la funzione del Parlamento non è solo quella di assicurare la maggioranza che sostiene il Governo, ma è anche – e più in generale – quella legislativa.
Quanto infine alla preferenza per la scelta del proprio rappresentante, ricorda che nella sua proposta di legge è previsto il voto di preferenza insieme alla parità di genere. Fermo restando che la preferenza e i collegi uninominali sono la via maestra per collegare gli elettori agli eletti, anche le liste corte possono essere una soluzione: si deve però essere consapevoli che in tutti i casi l’offerta dei candidati è mediata dai partiti, o comunque da un soggetto collettivo, dato che nessuno si presenta alle elezioni da solo o come singolo. In altre parole non va dimenticato, quando di discute di questo, che la rappresentanza politica ha natura pubblicistica e non privatistica. Il problema – allora – è la regolazione dei partiti e dei movimenti politici. La selezione della classe dirigente è una funzione istituzionale dei partiti. La lista bloccata pone problemi non solo per la difficile conoscibilità dei candidati, ma anche perché il soggetto collettivo che predispone le liste appare sottratto ad ogni forma di controllo e di trasparenza, anche in ordine alla sua democraticità.
In conclusione, si augura che la Commissione possa avviare sulla proposta di riforma definita ieri una discussione aperta che, risolvendo alcuni di questi nodi, possa allargare il patto sottostante a quante più forze politiche possibili.

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