Trent’anni fa, il 30 novembre 1983, si insediava la Commissione parlamentare per le riforme istituzionali presieduta da Aldo Bozzi. A rileggerne oggi i resoconti e la relazione finale si avverte un sentimento ambivalente: da un lato, un senso di ammirazione per la grande chiarezza con cui in quella sede si individuarono i nodi problematici istituzionali del nostro Paese e si indicarono possibili soluzioni; dall’altro,  un senso di profondo scoramento, per il fatto che oggi, a distanza di trent’anni, gran parte di quei nodi sono ancora irrisolti.

In quelle pagine si trovano analizzate non solo le questioni relative alla forma di Stato e di governo, ma anche i problemi riguardanti la vita dei partiti, il loro finanziamento opaco, la scarsa democrazia interna, la loro incapacità di selezionare e formare una classe dirigente. E poi i grandi temi dei diritti personali, del conflitto di interessi, il diritto all’informazione e la tutela della privacy, la protezione dell’ambiente, un diritto più ampio alla salute, e tante altre questioni che sarebbero esplose negli anni successivi. Scorrendo i nomi dei componenti (tra gli altri Andreatta, Barbera, De Mita, Gitti, Giugni, Ingrao, Labriola, Natta, Pannella, Pasquino, Rodotà, Rognoni, Ruffilli, Scoppola, Segni, Vassalli, Zangheri) si rimane colpiti dalla qualità delle persone che i partiti avevano saputo far eleggere in Parlamento – anche in assenza di liste bloccate – in una sapiente mescolanza di personalità politiche e di intellettuali, in particolare di quel gruppo – eterogeneo politicamente ma in qualche modo omogeneo culturalmente – di professori dell’università di Bologna e non solo, che ruotava attorno a Il Mulino.

Dei tanti spunti che è possibile ricavare da quelle pagine, uno spicca nel nostro oggi ed è quello relativo alla riforma della legge elettorale. Diverse le soluzioni proposte in quella sede, ma comune l’idea che dalla democrazia bloccata della prima fase della Repubblica si dovesse andare con coraggio a una democrazia dell’alternanza conferendo ai cittadini non “meno” ma “più” potere: non solo il diritto di scegliere con il voto il proprio rappresentante in Parlamento, ma anche il diritto di determinare con il voto la maggioranza parlamentare a sostegno di questa o quella coalizione di governo. Si trattava di rendere il “cittadino arbitro” della vita politica (Ruffilli) o – con espressione ancora più forte – di “restituire lo scettro al Principe” (Pasquino). In ogni caso si trattava di prospettive che volevano rispondere alla domanda di più democrazia e più partecipazione che veniva dal Paese e che era il frutto dei grandi movimenti sociali e politici degli anni ’60 e ’70. E che al tempo stesso volevano rispondere a una forte esigenza di governabilità.

I partiti erano andati in crisi perché non erano all’altezza del compito di mediazione loro richiesto e, anziché rafforzare il potere dei cittadini, lo indebolivano, sottraendo loro la decisione sulla formula di governo che rimaneva affidata alle contrattazioni tra i partiti e le correnti, in un clima di perenne instabilità. Chi oggi auspica un ritorno a quello schema dovrebbe rileggersi quelle pagine dense di denunce accorate.

In quel contesto si registrò un largo consenso sul principio di un “patto di coalizione pre-elettorale che consenta agli elettori di scegliere non solo il partito preferito ma anche Governo e programma” in modo da istituire “un rapporto fiduciario diretto tra corpo elettorale, maggioranza e Governo anche al di là della funzione mediatrice dei partiti”. Sul modo di realizzare tale principio le idee furono diverse, ma in quella sede furono avanzate le proposte che ancora oggi paiono in grado di garantire, in modo più efficace, quell’obiettivo, ossia quelle ruotanti attorno a un’elezione a doppio turno, in particolare il doppio turno di coalizione. Tra queste va certamente ricordata quella avanzata da Gianfranco Pasquino, con un primo turno che assegnava l’80% dei seggi e un secondo turno che assegnava il restante 20% alle coalizioni che si sarebbero successivamente formate con l’indicazione del candidato premier e del programma di governo. Ma ve ne furono anche altre, tra cui quella ripresa recentemente da Roberto D’Alimonte e Luciano Violante e che con altri deputati e senatori abbiamo fatta nostra in una proposta di legge depositata nel maggio scorso.

Questa proposta modifica l’attuale disciplina affrontando – a Costituzione vigente – i punti critici indicati dalla Corte Costituzionale nel suo recente pronunciamento e mantiene al tempo stesso la rotta verso una matura democrazia dell’alternanza, evitando pericolose regressioni che indebolirebbero i diritti politici dei cittadini. La proposta risolve il problema della scelta dei rappresentanti da parte dei cittadini disegnando piccole circoscrizioni elettorali e introducendo la doppia preferenze di genere. Per quanto riguarda la formazione di una maggioranza parlamentare introduce il doppio turno di lista o di coalizione che prevede l’attribuzione di un premio di maggioranza, tale da garantire la governabilità, solo a chi supera al primo turno una soglia alta (indicata al 40% ma potrebbe essere anche al 50%) o a chi, tra i due migliori, vince il ballottaggio al secondo turno.

Su quest’ultimo punto, la proposta riprende l’indicazione avanzata in Commissione Bozzi, con la consueta lucidità, da Nino Andreatta nella seduta del 3 febbraio 1984, in cui il professore e deputato trentino aveva sostenuto “l’opportunità che la designazione del Presidente del Consiglio avvenga contestualmente con l’elezione delle Camere, attraverso due tornate di votazioni, l’ultima delle quali dovrebbe consistere in un ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti”.

A distanza di trent’anni riprendere il filo di quel cammino riformatore oltre la lunghissima stagnazione italiana è un dovere di tutti. Ma più forte è la responsabilità di coloro che oggi continuano a ispirarsi alla lezione dei protagonisti di quella discussione. Democrazia dell’alternanza, potere dei cittadini di scelta dei rappresentanti, nonché della maggioranza di Governo e del programma sono punti irrinunciabili. Nessuno potrà chiederci di arretrare rispetto ai nostri maestri.

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