L’11 luglio ricorre l’anniversario della strage di Srebrenica avvenuta nel 1995.
In seguito a una risoluzione del Parlamento Europeo in questa giornata tutta l’Unione europea fa memoria del genocidio e anche alla Camera dei Deputati oggi si è svolta una significativa commemorazione di quell’evento.

Il genocidio di Srebrenica rappresenta il più grande massacro avvenuto in Europa dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Come ha detto Tadeusz Mazowiecki, l’allora incaricato dell’ONU per i diritti umani, si può descrivere con una sola parola: una tremenda “barbarie” per l’incredibile numero di attacchi alla popolazione civile, per le deportazioni e uccisioni, per gli stupri di massa.
Più di 8000 uomini tra i 12 e i 77 anni furono uccisi e sepolti in fosse comuni. I corpi di duemila di loro non sono ancora stati rinvenuti e identificati.
Quasi 30.000 tra bambini, vecchi e donne furono espulsi e deportati. Migliaia di donne hanno subito lo stupro etnico: uno stupro non solo espressione di violenza bestiale incontrollata o di sete di vendetta, ma una vera e propria arma di guerra, pianificata e perseguita scientificamente per distruggere i corpi e le anime di un intero popolo. Uccisi gli uomini perché potenziali soldati e quindi capaci di dare morte, violentate le donne perché potenziali madri e quindi capaci di dare vita: in una assurda violenza di genere e di generazioni per colpire il presente e il futuro, come se la violenza volesse durare nel tempo e abbracciare con l’odio e la disperazione non solo l’oggi ma ogni domani.

Ma Srebrenica non fu solo teatro di barbarie. Fu anche teatro di uno dei più tragici fallimenti degli strumenti di pace che la comunità internazionale si è data per la risoluzione nonviolenta dei conflitti: la strage infatti avvenne dopo che ai caschi blu dell’ONU fu ordinato di farsi da parte e moltissime violenze avvennero – secondo le testimonianze delle vittime – sotto i loro occhi senza reazioni e interventi. È questo intreccio di esplosione della barbarie e di inazione della comunità civile che fa di questo evento una delle pagine più buie della storia europea.

Per questo occorre farne memoria. Fare memoria del male che si è scatenato “dentro” e non fuori il nostro continente per dire che la sua possibilità sta sempre accovacciata alla nostra porta e che può sempre raggiungere forme nuove e devastanti dell’umano. Fare memoria di come non si debba mai smettere di rafforzare gli strumenti del diritto e del peacekeeping internazionale.

Da allora la comunità internazionale e l’Europa hanno cercato di reagire: il Tribunale Penale Internazionale ha cercato di perseguire i responsabili; le organizzazioni di cooperazione internazionale hanno svolto uno straordinario lavoro; i confini dell’Unione Europea si sono allargati alla Croazia e altri Paesi balcanici sono candidati o in attesa di candidatura a diventarne membri; abbiamo di poco ratificato la convenzione di Istanbul e altro ancora. Ma la memoria delle vittime di Srebrenica e di tutte le vittime non sarà mai a sufficienza onorata se non combatteremo con forza l’odio etnico e ogni sentimento di razzismo che stanno alla radice di tanta violenza.
Nel loro rapporto del 1999 le Nazioni Unite hanno scritto queste terribili parole: “a causa di sbagli, di errori di giudizio e dell’incapacità di riconoscere il male che avevamo di fronte, non abbiamo fatto la nostra parte per salvare la gente di Srebrenica”. Questo è ciò che dobbiamo combattere: l’incapacità di riconoscere il male che abbiamo di fronte e la viltà di non fare la nostra parte per salvare i vulnerabili.

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