Qualche giorno fa il Parlamento europeo, sulla spinta di una forte iniziativa politica dell’Alleanza dei Democratici e Progressisti di cui il Partito Democratico fa parte, ha approvato a larghissima maggioranza una risoluzione che impegna i Governi europei a implementare una Garanzia Europea per i Giovani per ridurre la disoccupazione giovanile. Un giovane su cinque in Europa è disoccupato e spesso rimane tale per lunghi periodi e ciò comporta oltre ad un costo esistenziale drammatico per chi ne soffre, anche un altissimo costo sociale ed economico per l’intera società. Si calcola che siano attualmente 7.5 milioni i giovani sotto i 25 anni che non lavorano e non studiano. Sono i cosiddetti NEET (“Not in Education, Employment or Training”) e il costo della loro condizione per i budget nazionali ammonta a circa i 153 miliardi di Euro, corrispondenti all’1,2% del PIL dell’Unione Europea.

Di fronte a questa situazione – che in Italia tocca punte drammatiche – è in atto una forte campagna per promuovere una Garanzia europea per i giovani. Si propone, fra l’altro, di stanziare 10 miliardi di fondi strutturali EU per garantire a tutti i giovani entro quattro mesi dall’inizio del periodo di disoccupazione di non rimanere a far niente offrendo loro o un lavoro dignitoso o un periodo di apprendistato o un proseguimento degli studi mirato a una precisa qualificazione professionale.

La motivazione è chiara: dobbiamo dire a tutti i giovani che devono farsi in quattro per cercarsi un lavoro, ma al tempo stesso dobbiamo poter dire che se non lo trovano, a causa di una grave crisi economica internazionale, non possono essere solo loro a pagare il prezzo della crisi. Permettere che la disoccupazione giovanile diventi disoccupazione di lungo periodo o addirittura disoccupazione permanente ha effetti devastanti sulla loro dignità di persone e di cittadini, sulla crescita demografica, sulle potenzialità di sviluppo economico di tutto il Paese.
Il progetto di una Garanzia Europea per i Giovani si ispira ad alcune buone pratiche di Paesi europei che hanno saputo contenere a livelli molto bassi la disoccupazione giovanile: tra i migliori l’Austria, il Belgio, la Finlandia.

Da questi esempi – in particolare da quello austriaco così vicino a noi – il nostro Paese e anche la nostra Provincia, forte delle nuove competenze nel settore degli ammortizzatori sociali, potrebbero ricavare utili indicazioni. In Austria infatti non ci si è limitati a interventi contingenti di sostegno all’occupazione giovanile, ma si è cominciato a intervenire sul sistema scolastico, universitario e della formazione professionale puntando su una forte integrazione di educazione generale e di training vocazionale. Gli studenti vengono così accompagnati e sostenuti in un cammino personale di formazione attraverso esperienze di studio e di lavoro che consente di ridurre la percentuale di abbandono e comunque la sfasatura tra il profilo professionale dello studente e la domanda delle imprese e del mercato del lavoro. Si è poi puntato con coraggio su programmi di educazione permanente e di riconversione che non sono semplici aree di parcheggio, ma effettivi luoghi di rimotivazione e riqualificazione. E si è allestita una ricchissima offerta di esperienze di formazione al lavoro con contratti di apprendistato gestiti non solo dalle singole imprese ma anche da agenzie sopra le imprese che nel 2010 hanno coinvolto 16.000 giovani, un quarto dei quali erano disoccupati da lungo termine. A tutto ciò si aggiungono programmi particolari per i giovani in situazione di disagio o di recente immigrazione che mirano alla maggiore integrazione sociale possibile. Molti di questi strumenti vi sono già nella nostra Provincia, ma alcune esperienze europee potrebbero essere utili per utilizzare al meglio la delega sugli ammortizzatori sociali.

E’ guardando alle politiche sociali del Nord Europa – e al Nord a noi vicino come l’Austria e la Germania – che possiamo trovare buone idee per quel modello di società fondata non sull’assistenzialismo ma sulla piena occupazione a cui dobbiamo puntare per uscire dalla crisi. Ed è anche questa la ragione dell’incontro tra le forze sociali e politiche del centrosinistra autonomista in provincia e in regione e in prospettiva nazionale. Oltre il modello del liberismo individualista e del liberalismo conservatore, guardiamo a un modello di sviluppo fondato su pari opportunità e forte solidarietà.

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