1. Milioni di cittadini in occasione delle ultime elezioni amministrative regionali hanno deciso di non andare a votare. Si è così trattato delle elezioni meno partecipate nella storia politica italiana. Solo il 63,6 % degli aventi diritto ha scelto di recarsi alle urne. Si tratta di una scelta che dovrebbe preoccupare chi ha a cuore una concezione della democrazia che vede nella partecipazione forte e intensa dei cittadini un elemento fondamentale della democrazia stessa.
I più preoccupati dovrebbero essere, insomma, quelli del PD. E ciò almeno per due ragioni. Anzitutto per una ragione generale: una democrazia a bassa partecipazione rischia di indebolire il senso stesso della democrazia come governo del popolo, ossia di tutti o per lo meno dei più. Una democrazia a bassa partecipazione rischia non solo di affidare il momento decisionale a una porzione ristretta della popolazione (un governo fondato sul voto del 30% degli aventi diritto fa più fatica a definirsi interprete di quella volontà popolare in cui, in democrazia e secondo la nostra Costituzione, risiede il potere sovrano ossia il potere di decidere sul destino della propria comunità politica), ma anche di non svolgere efficacemente quella funzione di integrazione sociale che gli istituti politici della democrazia svolgono (l’esercizio del voto è anche una forma di inclusione sociale; senza di esso può crescere il senso di non appartenenza e il tasso di anomia che indeboliscono il tessuto connettivo della società civile).
Ma una bassa partecipazione dovrebbe preoccupare i democratici anche per una ragione particolare: perché il gran numero di astenuti – per altro assai maggiore nell’area del centrodestra rispetto a quella del centrosinistra – rappresenta un interlocutore fondamentale del PD. In parte perché si tratta di propri elettori che si sono allontanati perché insoddisfatti, in parte perché si tratta di elettori non “ideologicamente” di centrodestra. In un caso come nell’altro si tratta di elettori più facilmente conquistabili o riconquistabili al voto del centrosinistra e dunque interlocutori da privilegiare nell’elaborazione di una nuova proposta politica di qui alle elezioni del 2013 (sempre ammesso che non vi siano elezioni anticipate).

Le ragioni dell’astensionismo

2. Tra le molte ragioni dell’astensionismo, due sembrano prevalere: da un lato, la sfiducia nella capacità della politica di “risolvere” i problemi concreti (lavoro, crisi economica, efficienza dei servizi, qualità della vita, eccetera) e dunque la convinzione della sua “inutilità” pratica; dall’altro, la sfiducia nella capacità della politica di dare corpo a ideali, ossia a rappresentazioni di un futuro desiderabile, e dunque la percezione della sua “insignificanza” nella sfera simbolica (incapacità di comunicare la società che desideriamo, di anticipare il futuro, di sostenere la speranza in un’alternativa rispetto alla vita che conduciamo).

3. La convinzione di una inutilità pratica della politica si è fatta sempre più strada in un Paese come il nostro in cui la capacità riformatrice dei governi dell’una e dell’altra parte è stata assai ridotta. Rispetto ai vecchi Paesi europei, l’Italia si trova priva di un sistema istituzionale capace di garantire efficienza ed equità. Il sistema politico, giudiziario, scolastico, universitario, le infrastrutture di vario genere nonché gran parte del sistema produttivo appaiono largamente al di sotto dei migliori standard europei, nonché delle aspettative e dei bisogni dei cittadini. La resistenza delle corporazioni, il pesantissimo debito pubblico, la farraginosità dell’apparato legislativo e molto altro riducono quasi a zero i margini di manovra dei governi, che devono limitarsi a contenere più o meno la spesa pubblica, senza riuscire a introdurre significative riforme di sistema.
L’impotenza della politica italiana è stata esaltata dalla crisi economica e i cittadini stanchi hanno interpretato tale impotenza non come l’impotenza di “una” parte politica, ma come l’impotenza “della” politica tout court, vista sempre più come una macchina inutile e anzi dannosa in quanto costituita da un apparato di parassiti e privilegiati. Non a caso è stato questo l’elemento maggiormente enfatizzato da inchieste giornalistiche (la “casta”) e da movimenti sociali e politici di un qualche successo (la stessa Lega, l’Italia dei valori, il movimento di Grillo). In questa crisi di legittimazione pare immersa non solo la politica nazionale, ma anche quella locale: quella amministrazione regionale, provinciale, comunale, che per molti anni ha rappresentato l’esempio positivo della politica del “fare”, delle buone pratiche, contrapposta alla politica delle chiacchiere. La crisi del modello emiliano (perdita del 10% di voti relativi e del 22% dei voti assoluti dalle regionali del 2005) con la crescita del voto “ideologico” della Lega non va sottovalutata.
Di fronte a questa crescente convinzione di impotenza della politica a risolvere i problemi concreti è certamente vero che la nuova proposta politica del PD dovrà caratterizzarsi per la capacità di affrontare i temi concreti che assillano la vita quotidiana dei cittadini e di indicare soluzioni concrete ai problemi a partire da quelli di carattere economico-sociale. Ma non si può ignorare il fatto che, stando all’opposizione sul piano nazionale, il centrosinistra può solo enunciare che cosa si dovrebbe fare per risolvere i problemi senza avere la possibilità di tradurre in decisioni politiche queste soluzioni e che, anche là dove si trova al governo a livello regionale, lo stato drammatico della finanza pubblica consente non molti margini di manovra.
Per questo occorre essere consapevoli che pur riconoscendo la centralità delle questioni concrete – e solo il cielo sa quanto urgente sia una politica che metta mano con forza ai problemi materiali del Paese – una proposta politica che si limitasse solo ad enunciare le cose da fare, rischierebbe di essere insufficiente di fronte al ritorno – in grande stile – di una proposta politica fortemente ideologica come quella avanzata dal centrodestra e, con incisività crescente, dalla Lega.

Il ritorno delle idee

4. Occorre essere consapevoli che è tornata a manifestarsi nella storia la forza delle idee. Da sinistra a destra, da Obama alla Lega, le proposte politiche che paiono oggi maggiormente in grado di attrarre consensi sono quelle a forte tasso ideale. La politica spettacolo del Pdl – pure imperante su molte reti televisive – appare perdere milioni di consensi e non si può dire che la politica della Lega conceda molto alla logica dell’immagine. La sua classe politica certo non si preoccupa dell’apparenza estetica. Anche il tema della politica dei sindaci, del civismo, delle personalità locali, pare meno attraente. Il radicamento nel territorio, come si usa dire, è essenziale, ma più come metodo che come contenuto. L’importanza delle questioni organizzative del politico, le eterne discussioni sulla forma partito nelle sue innumerevoli varianti, storiche, reali, o virtuali, pare avere meno centralità di qualche tempo fa. Una certa freddezza nei confronti della proposta avanzata da Romano Prodi di una radicale ristrutturazione del PD su base regionale è certo motivata dall’istinto di conservazione di buona parte della classe dirigente del partito, la cui legittimazione dal basso affonda le sue radici nel passato e la cui permanenza ai vertici è in gran parte legata a meccanismi di cooptazione, ma anche da una diffusa stanchezza nei confronti delle discussioni attorno alla forma partito. Dopo le elezioni regionali i più hanno detto: “per carità, non rimettiamoci a parlare dell’assetto interno”. Sarebbe assurdo negare la rilevanza di tutti questi aspetti del politico nella realtà dell’oggi, ma pensare di costruire una nuova politica su queste basi è illusorio. Nuovi linguaggi, radicamento nel territorio, organizzazione aperta e cariche contendibili da tutti sono scelte fondamentali politicamente rilevanti, non sono mere forme organizzative politicamente neutre. Rispondono a valori e idee, ma sono tuttavia “forme” del politico. Forme che devono riempirsi di contenuti ideali e di scelte sociali, perché solo l’idea riesce a fare sintesi dei diversi interessi sociali sempre più frammentati. Per fare sintesi l’idea ha bisogno di strumenti che la mettano in contatto con le persone in carne ed ossa e perciò ha bisogno di linguaggi, persone radicate, procedure e strutture senza cui è inefficace e sterile. Ma è l’idea che ha la capacità di fare sintesi degli interessi sociali. Mentre prefigura una realtà alternativa a quella esistente, indica una possibile realizzazione dei nostri desideri e una possibile composizione di interessi tra loro diversi e talora in conflitto: così è stato nell’’800 e nel ‘900 con le grandi idee della libertà politica, della democrazia laica e cristiana, del socialismo.

La democrazia senza aggettivi

5. L’intuizione che ha portato a definire il nuovo partito come “partito democratico”, uscendo dalla stagione della botanica e tornando alla centralità delle idee politiche, ponendo il partito nuovo sulla base dell’idea di democrazia (“la più bella idea” che la storia della politica abbia partorito), è stata fondamentale e, ne fossero o meno consapevoli gli artefici di tale scelta, questa intuizione ha collocato la nuova formazione politica nel grande alveo della tradizione del pensiero democratico. Tradizione per nulla vaga e più risalente rispetto a quelle tradizioni di pensiero a cui di solito si fa riferimento quando si traccia la genealogia del PD e si invocano – quasi in una sorta di litania – le divinità protettrici del passato, i liberaldemocratici, i socialisti, i cattolici democratici e via enumerando. Se solo si assumesse uno sguardo appena più ampio, ci si accorgerebbe che queste nobili tradizioni, prima di essere nostre progenitrici, sono state a loro volta figlie, figlie di quella tradizione di pensiero democratico che ha portato alle rivoluzioni americana e francese combattendo l’assolutismo regio e affermando la sovranità del popolo. E questa tradizione si è certo manifestata nel corso dell’’800 in forme diverse, nelle correnti sopra ricordate, ma ha saputo mantenere anche una sua forza unitaria, operante a livello carsico, ma capace via via di battersi per i diritti civili, l’abolizione della schiavitù, l’emancipazione femminile, la giustizia sociale, l’educazione di tutti, la laicità del politico e il sacro rispetto della coscienza, e di lottare contro l’imperialismo e il nazionalismo, contro i fascismi e i totalitarismi di ogni colore, e di darci poi il frutto della Costituzione, frutto unitario di una lotta unitaria dei democratici, e di un idea di ordinamento della società internazionale basato sui diritti umani e dei popoli. Chi oggi dice che il PD non ha un’identità ideale non sa che cosa dice. O meglio parla di se stesso e del proprio disorientamento e ignora le grandi correnti ideali della storia. Il semplice fatto di aver posto il partito sotto l’egida – finalmente – di una democrazia senza aggettivi (e dunque non più la democrazia liberale o la socialdemocrazia o la democrazia cristiana, ma la democrazia e basta, perché – verrebbe da dire con il Marx della questione ebraica – “la democrazia politica è cristiana”) rappresenta la consapevolezza che l’idea di democrazia è il luogo dell’inveramento delle aspirazioni dei liberali, dei democristiani, dei socialisti. La democrazia non è una tappa intermedia verso altro, ma è l’ideale verso cui essa stessa tende. La politica sottratta all’essere strumento per la realizzazione di altre mete e restituita alla sua natura originaria: autogoverno di donne e uomini che si vogliono liberi e si riconoscono uguali. In uno sforzo perenne, mai del tutto raggiunto perché sempre nuovi esseri umani si aggiungono alla nostra convivenza, ed abbiamo l’eterno compito di riconoscere anche ad essi pari opportunità. Questa lettura più larga ci aiuta a collocare le diverse tradizioni che sempre ricordiamo entro una storia comune e a concepire il PD non come la costruzione artificiale di gruppi diversi ed eterogenei, ma come la ricongiunzione dei diversi rami della tradizione democratica al ceppo originario e comune. Ciò non accade oggi per la prima volta, ma già altre volte è accaduto sia pure non nella forma del partito e solo a rileggere gli atti della Costituente respiriamo quest’aria di unità democratica, di ritrovarsi in famiglia. Per cui è del tutto corretto dire che il PD è il partito della Costituzione e di quella Costituzione in cui le tradizioni democratiche italiane arrivano alla formulazione di quella concezione “dinamica” dell’uguaglianza che si trova originalmente formulata nell’articolo 3. È questa concezione dell’uguaglianza che sta alla base delle cultura politica del Partito Democratico e che anche oggi costituisce lo spartiacque ideale tra i diversi schieramenti. Se rileggiamo la storia delle idee politiche in Europa e nel mondo alla luce di questo spartiacque, ci accorgiamo di come si possa rinvenire – pur nella pluralità – un’unità più profonda delle tradizionali distinzioni (liberaldemocratici, socialisti, cattolici democratici, eccetera) che si fonda su questa concezione inclusiva della democrazia, tesa perennemente a realizzare condizioni di uguaglianza in un mondo che non smette di generare disuguaglianze. Uguaglianza non solo sul piano orizzontale dei diversi gruppi sociali, ma anche sul piano verticale dell’uguaglianza tra governati e governati che nell’età della democrazia di massa e della professionalizzazione del politico si fa particolarmente acuta.

6. Dunque l’idea c’è, la storia c’è, vi è da chiedersi piuttosto se vi siano fra noi oggi uomini e donne all’altezza di questa storia. Storia di impegno, di sacrifici e di lotte, come ogni democratico di ogni tempo sa, perché non vi è diritto di donna o di uomo che non sia stato conquistato attraverso lotte. La politica democratica – ossia la democratizzazione della politica – non è un gioco di società. E vi è da chiedersi se il deficit maggiore oggi non risieda nella mancanza di serietà, nella mancanza di consapevolezza del senso della nostra battaglia, nel deficit di carattere. Forse ci battiamo stancamente perché ci battiamo per i diritti altrui, avendo da tempo conquistato i nostri e badando semmai a conservarli gelosamente. Ma vi può essere politica democratica se quanti avrebbero un reale interesse all’espansione della democrazia – perché sfruttati o discriminati – non stanno dalla parte dei democratici? Se non vedono nei democratici chi si fa carico delle loro aspirazioni, chi dà mostra di “sentire” ciò che essi sentono e di “soffrire” ciò che essi soffrono? La forza dei movimenti democratici stava nel coniugare gli ideali di libertà, uguaglianza, fraternità con componenti sociali che avevano interesse concreto alla realizzazione di una società fondata su queste basi. Questa ricomposizione tra interessi e valori è essenziale e per questo è urgente una forte alleanza con le componenti della società che hanno interesse a un’espansione dell’uguaglianza delle opportunità e sono disponibili a comporre questo loro interesse in un orizzonte ideale di democratizzazione della società.

Politica e speranza

7. Ma la forza dei movimenti democratici non stava, in passato, solo nella loro rappresentanza sociale progressiva, stava anche nella loro capacità di suscitare la speranza in un mondo diverso, attraverso rappresentazioni ideali della società del futuro, che apparivano desiderabili, così desiderabili da rendere sensata la lotta, e da rendere sopportabili le avversità del presente. La politica moderna e in particolare la politica democratica si è costruita in modo determinante sull’idea di un futuro diverso dal presente. Fosse il regno di Dio o la società dell’avvenire, fosse il mondo della libertà e degli scambi pacifici, in ogni rappresentazione ideale stava la forza trascinante di un futuro migliore per cui valeva la pena impegnarsi. Quest’idea che il presente non è l’unico tempo dell’essere umano, ma un altro tempo esiste per cui le donne e gli uomini non sono condannati all’eterno ritorno dell’uguale miseria, ma sono destinati a un riscatto e a una liberazione, è stato un contributo fondamentale offerto dalle tradizioni ebraiche e cristiane alla politica occidentale. La speranza della liberazione. E la povertà della nostra cultura politica sta anche nell’inaridirsi di questo orizzonte perché le tradizioni religiose oggi di fronte alla vita politica appaiono più preoccupate di difendere i propri spazi attraverso lo strumento del politico, anziché allargare lo spazio e il tempo del politico attraverso il proprio orizzonte spirituale. E invece è di questo allargamento dello sguardo e del cuore di cui la politica democratica ha bisogno. Non certo per riproporre messianismi terreni che non hanno giovato all’umanità. Ma per dispiegare anche nella storia la forza liberante di una speranza in un orizzonte che trascende il presente. E in ciò – anche – sta certamente la forza trascinante della proposta di Barack Obama al suo popolo, proposta così fortemente nutrita della speranza di una liberazione che ha radici salde nella tradizione democratica americana, dai padri fondatori ai difensori dei diritti civili. La speranza non è certo un patrimonio esclusivo delle tradizioni religiose, essa può fondarsi e alimentarsi anche ad altre sorgenti. Ma di essa, ovunque provenga, la democrazia ha bisogno per sostenersi nel momento in cui la fiducia nel cambiamento viene messa alla prova dalla crisi, dalla stanchezza e dalla rassegnazione. È in quest’ora che il pensiero democratico ha bisogno di tutte le energie spirituali di cui può disporre. Non deve costringere le persone a mettere tra parentesi le proprie energie spirituali, ma deve riuscire a esaltarle e a comporle in un quadro comune.

8. Ma non è solo per riaprire l’orizzonte del futuro che il pensiero democratico ha bisogno di attingere a energie spirituali. La crisi economica ha mostrato i limiti non solo di un modello sregolato di capitalismo, ma anche di un’economia di mercato che ha bruciato le risorse antropologiche da cui essa pure è nata. La logica di funzionamento del sistema economico lasciata a se stesso ha logorato quei presupposti di libertà della persona e di parità di condizioni senza cui essa non avrebbe potuto svilupparsi e per questo entra in tensione con le aspirazioni democratiche, che non possono accettare un sistema che produce disuguaglianze sempre più ampie. La reazione del sistema politico democratico alla crisi economica è stata debole: come i meccanismi democratici sono stati spesso impotenti di fronte alle sregolatezze del sistema, così nel momento della crisi raramente sono riusciti ad evitare che le risorse pubbliche messe in campo non finissero nelle mani degli stessi agenti e delle stesse logiche che hanno prodotto la crisi. È su questo piano che si misura la difficoltà, per non dire l’impotenza delle democrazie: quello che dovrebbe essere il sistema politico maggiormente in grado di difendere i meno abbienti, rischia di cooperare al maggior trasferimento di risorse pubbliche (provenienti in gran parte dal lavoro) nelle mani di chi già ha. È questo compromesso tra (cattivi) attori economici e (cattivi) attori politici, che va rotto a favore di un nuovo e più avanzato compromesso tra democrazia ed economia di mercato. Per questo serve non solo una politica che intercetti gli attori sociali ed economici interessati al cambiamento (spesso inclinanti verso la rassegnata astensione), ma anche una teoria sociale capace di dare spazio in chiave dialettica ma non antagonista a quanti aspirano a una «revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo» (Benedetto XVI) in una logica di rispetto dell’ambiente e della giustizia sociale a livello nazionale, internazionale e intergenerazionale. Si tratta qui, di nuovo, di nutrire il pensiero democratico con antropologie dialogiche e solidaristiche che nel radicale rispetto della libertà della persona si oppongano però al rischio presente di reificazione dell’”altro essere umano” presente nelle prospettive individualistiche. Occorre perciò accettare la sfida del confronto antropologico anche sui terreni cruciali dell’inizio e del fine vita, così come del valore sociale delle relazioni familiari, intessendo un confronto aperto e intenso con quanti si occupano della “messa in salvo dell’umano”. Può darsi che questo confronto porti in ogni caso a divergenze sul piano delle concrete scelte da operare sul piano legislativo per operare nell’oggi quel bilanciamento di beni che la nostra Costituzione ci chiede. Ma è essenziale che in questo dialogo si renda a tutti percepibile il valore di tutti i beni in gioco, perché le mediazioni giuridiche e politiche – sempre contingenti – custodiscano la preoccupazione che nulla dell’altro bene vada interamente perduto. Coltivando il dialogo con le tradizioni morali e religiose sul piano antropologico, il movimento democratico potrà opporre all’alleanza strumentale tra trono e altare la proposta di un confronto e di una cooperazione tra credenti e non credenti che riconosca da un lato la secolarità del politico e la trascendenza del teologico e coltivi dall’altro la cooperazione dialettica tra le diverse prospettive.

9. La situazione preoccupante della democrazia italiana esige certamente che si faccia ogni sforzo per perseguire politiche di alleanza con le altre forze politiche di opposizione, ma un allargamento del fronte non basterà a rendere i democratici i protagonisti del cambiamento se non sapranno anche allargare l’orizzonte sociale e culturale della loro proposta. E se non sapranno allargare il loro cuore, la loro capacità di “sentire” ciò che gli altri soffrono. A loro spetta il dovere di testimoniare che la democrazia è in grado di farsi carico più di altre forme di governo dei grandi problemi sociali che attraversano il nostro tempo e ciò va fatto in primo luogo esprimendo la propria vicinanza a quanti vivono con maggiore difficoltà. In questa vicinanza, i democratici, se attingeranno al proprio – straordinario e intatto – patrimonio ideale, sapranno riaprire l’orizzonte della speranza e, ritrovando il senso e le energie di un nuovo impegno, potranno contribuire a costruire, assieme, nuove condizioni di vita, più umane per tutti.

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