La crisi economica ha posto in primo piano la questione della povertà e del lavoro. Non solo della difesa dei posti di lavoro minacciati dalla crisi, ma anche della centralità del lavoro umano nel processo produttivo e più in generale nella società e nella politica. Con grande tempestività e determinazione la Giunta Provinciale di Trento si è mossa con interventi a tutela delle persone più esposte agli effetti della crisi con provvedimenti decisamente innovativi e positivi. Non possiamo che essere orgogliosi di questa azione di governo della coalizione. Ma gli effetti della crisi si faranno sentire per i prossimi quattro-cinque anni e in questo periodo è essenziale moltiplicare gli sforzi andare incontro alle vecchie e nuove povertà e per innovare il sistema produttivo orientandolo con ancora più coraggio di quanto si è fatto verso il cambiamento. In questo lavoro di innovazione la formazione e la ricerca giocano un ruolo fondamentale e il Partito democratico deve farsi promotore di una maggiore razionalizzazione e di una maggiore qualificazione degli investimenti nel settore formazione/cultura/ricerca attraverso la creazione di un sistema plurale ma fortemente integrato.

In questo settore vanno privilegiati finanziamenti alle istituzioni che garantiscono solidità e stabilità nel tempo (scuola, università, istituti e centri di ricerca) e ricaduta sulle persone in termini di formazione, rispetto alle iniziative di consumo e mero intrattenimento. Le istituzioni culturali che godono di finanziamenti pubblici devono essere sottoposte a rigorosi controlli ma devono poter godere della libertà senza cui non c’è cultura né arte né scienza. L’invadenza del politico in questi settori – anche là dove appare accompagnarsi a maggiori finanziamenti – produce alla lunga effetti negativi. C’è bisogno invece di rispetto dell’autonomia delle diverse istituzioni da un lato e di senso di responsabilità pubblica dall’altro. Il Partito Democratico del Trentino vuole sostenere la libertà e la responsabilità della cultura.

  1. Nicola Spagnolli says:

    Caro Michele,
    a proposito di formazione e occupazione, si parla molto di dare spazio al “merito” dando per scontato però che tutti partano dagli stessi blocchi di partenza. E’ da questi blocchi però che bisogna incominciare per fare in modo che al traguardo arrivino veramente i più preparati, fermo restando che io non amo questa visione competitivo-agonistica della vita.
    Da tempo l’ascensore sociale si è fermato e la scuola e l’istruzione come motori ascensionali mostrano delle difficoltà. Secondo me rischiamo di tornare alla divisione classista delle scuole e dell’accesso alle carriere, perché il contesto sociale e famigliare di partenza influiscono ancora molto sulla carriera scolastica, prima, e quella lavorativa poi. Ci sono magari molte famiglie in difficoltà temporanea o permanente, famiglie disagiate o di origine extracomunitaria non integrate che sono sprovviste delle adeguate risorse per immaginare per i propri figli un futuro diverso. Avere in casa dei libri, avere in famiglia e nella cerchia amicale persone istruite, realizzate, può costituire uno stimolo e un vantaggio rispetto a chi queste possibilità non le ha. Dovrebbe essere questo il ruolo della scuola, delle istituzioni culturali e non: ricostruire un contesto nel quale sopperire alle carenze famigliari, mostrando alle persone in formazione quali siano le possibilità loro concesse in base al loro talento e alle loro aspirazioni, implementando così una rete di opportunità e relazioni che di solito sono a vantaggio di pochi.
    È la stessa costituzione che, all’ART.3 , stabilisce come sia “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
    Se non rimuoviamo questi ostacoli, ci sarà sempre una situazione falsata e si conteranno a migliaia le occasioni perdute, le persone che si ritroveranno prigioniere della loro condizione, incapaci di concepire il proprio lavoro come opportunità di emancipazione e realizzazione personale.
    Nicola Spagnolli

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