Oggi Trento, reduce da una bellissima vittoria del PD, ha ricordato Nino Andreatta, un altro “trentino” prestato all’Italia, come amava dire De Gasperi, e, si dovrebbe dire, a qualcosa di più dell’Italia

Invitati da Lorenzo Dellai lo hanno ricordato Enrico Letta, Giovanni Bazoli, Romano Prodi.

La sala “Depero” del Consiglio provinciale era affollatissima, piena non solo di autorità ma anche di tante persone che hanno conosciuto e ammirato Nino Andreatta, questo singolare intellettuale, geniale e semplice al tempo stesso, una delle figure più belle che il mondo democratico italiano ha avuto.

Ricordo la soggezione che avevamo quando lo ascoltavamo da giovani ai convegni della Lega democratica e poi della Rosa Bianca, quel suo strabiliare chi lo ascoltava volando mille miglia più alto dei suoi interlocutori, intrecciando le vicende italiane con quelle del mondo, la politica con la finanza, e noi con il naso all’insù a cercare di capire guardando dove lui voleva farci guardare.

Un uomo dalle eccezionali doti intellettuali dotato di un senso di rigore morale profondo, un modello di intellettuale prestato alla politica, capace di scelte coraggiosissime e solitarie per il bene del paese, profondamente credente ma dotato di un senso della laicità così forte da esigere da tutti il rispetto delle regole civili, anche dalle istituzioni ecclesiastiche nel loro operare nel mondo finanziario ed economico.

I ricordi dei relatori – le tre persone più legate al “professor Andreatta” – sono stati straordinariamente intensi e partecipati. Ed è anche questa una delle ragioni della forza del PD trentino e della coalizione di centrosinistra: non smettere di fare memoria delle figure più preziose della propria tradizione e della loro lezione – magari allora incompresa, ma oggi tremendamente attuale, nell’età del poco rispetto delle istituzioni.

Nel libro che racconta il suo legame con il Trentino (Giampaolo Andreatta, Nino Andreatta e il “suo” Trentino, Il Margine, Trento 2009) è riportato il discorso che Andreatta fece in piazza Duomo a Trento nel 1991 al funerale di Bruno Kessler. Le ultime parole sembrano dette non solo per l’amico scomparso con cui aveva condiviso la grande stagione del riformismo degli anni ’60, ma forse anche per se stesso: «Questo esempio di dedizione all’idea di crescita della comunità non sarà eredità facile da sopportare perché la lotta politica frantuma le intenzioni e ci vuole una storia, ci vogliono dei cromosomi, ci vuole testardaggine per tenere la barra diritta. Mio figlio, a cui comunicavo ieri la sua scomparsa, tacque per un poco, poi disse: “C’è un grande vuoto” e aggiunse: “Quando torneremo sul Brenta, se vedremo dei camosci, se vedremo un falco fermo nel cielo penseremo a lui, come momento di forza, di splendida forza quasi naturale”. È finito il momento degli elogi, ci separiamo da lui. E come gli imperatori austriaci quando entravano nelle cripte dei cappuccini e il sacerdote domandava “chi entra?”, non saranno gli elogi che abbiamo così poveramente cercato di dire ma sarà il coro nostro comune di peccatori che dirà “un peccatore nella misericordia di Dio”

  1. Cinzia Rosati says:

    Carissimo Michele, con grande ammirazione leggo la tua candidatura e filosofia di vita; sarò contenta, per quanto mi sarà possibile, di divulgarla alle persone che conosco nel triveneto.
    Un cordiale saluto e…in bocca al lupo!!Cinzia Rosati

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